Lei lo sapeva, lo sentiva e quella forza che lui voleva infonderle la innervosiva: preferiva, di gran lunga, il tocco mite e persino un po’ distratto di Giovanna. Giovanna non aveva pretese, l’accarezzava con calma senza trasmetterle quel tumulto d’emozioni che, invece, suo malgrado, lui le passava attraverso la pelle. Eppure le mani di lui erano esperte e calde, la toccavano nei modi e nei punti giusti, facendo scaturire miriadi di scintille dimenticate: lui era perfetto ma lei non lo sopportava. Lei, francamente, non capiva perché, improvvisamente, il tocco di lui le fosse diventato così ostile da farle, addirittura, preferire quello anonimo di Giovanna. Non si capacitava del perché, quando lui si avvicinava, suoi sensori avessero un moto di ribellione, spingendola, se avesse potuto, ad allontanarlo in malo modo. Lui, del resto, benché lei non potesse manifestarla in alcun modo, percepiva l’ostilità di lei e tentava, parlando con foga, di convincerla del contrario. Gli occhi di lei lo seguivano attenti mentre, il suo corpo immobile, non poteva ribellarsi: le gambe subivano quel massaggio sapiente, mentre lui parlava, parlava, parlava. Dalla sua bocca uscivano parole e pensieri affastellati e confusi, il loro passato si mescolava ad un impossibile futuro mentre, di tanto in tanto, una parola affiorava: camminare. E fu lì che lei capì.
Capì che quel massaggio paziente e solerte che suo padre le praticava quotidianamente, non era fatto, come quello dell’infermiera Giovanna, con il semplice scopo di alleviarle i dolori dell’immobilità, riattivare la circolazione delle sue gambe morte, e conservare quel residuo di sensibilità, ma aveva ben altro scopo. Nonostante il parere negativo di medici e fisioterapisti, nonostante ella stessa non si facesse, da tempo, più illusioni, lui, nel suo inconscio di padre continuava a sperare. Sperava di sentirla parlare, ridere, cantare, sperava di vederla passeggiare accanto a lui..
Sperava in un miracolo che, magari attraverso i suoi massaggi, la riportasse indietro nel tempo in una vita che, per lei, non aveva più senso.
Lui sperava ancora, lei lo percepiva e non lo sopportava.
© Marina Garaventa
Come ogni anno, il 16 maggio, nel regno del Pisello, si festeggia il genetliaco, di S.A.S. la Principessa sul Pisello. Ecco il resoconto dell’evento mondano.
Ore 8 – assistita dalle sue damigelle, Sua Altezza inizia la vestizione: camicia bianca con brillanti, sciarpa, corona con diamanti e zaffiri. Poscia, la principessa viene assisa sul trono-mobile.
Ore 9 – Arrivo 3 nerboruti giovanotti!Il re padre, occupato in quei giorni, nel trasloco del suo studio, dal primo al terzo piano, con ineguagliabile tempismo, aveva convocato i trasporti speciali per il pianoforte.
Ore 9.30 – Il principe consorte inizia, con improbabile grembiulone da cuoco, a preparare il sugo di “arselle” per il pranzo reale.
Ore 10.30 – Sua Altezza, schivando di un soffio il passaggio del pianoforte, viene scortata in sala e posta a capotavola: compiaciuta, constata che la tavola reale è stata addobbata con tovaglia, piatti e bicchieri raffiguranti le principesse di Walt Disney.
Ore 11 – arrivano gli amici.
Ore 12 – gli eventi precipitano e fanno il loro timido ingresso i coniugi che, da pochi giorni han rilevato in negozio della ‘Nesta, storica fornitrice della Real Casa. Vogliono presentarsi a questa famiglia che non conoscono! Ecco cosa si offre alla loro vista: il principe rimescola le arselle, il pianoforte arranca sulle scale, Wilma e l’amica Annamaria intonano “Cielito lindo”, e Sua Altezza, completamente dimentica di avere in testa una corona da deficiente, che fa cenni e magnanimi sorrisi. I due, completamente basiti, accennano un sorriso e si eclissano.
© Marina Garaventa
Approfittando spudoratamente dell’altrui bravura, ecco un po’ di cose buffe, storiche e gastronomiche sul Natale
Qui, la ricetta e le immagini del vero pandolce genovese, suggerita dal pasticcere e amico Carlo Alvigini;
Qui, una divertente e ironica descrizione dell’albero di Natale;
Qui, una fiaba;
Qui, le tradizioni genovesi descritte da una vera esperta;
Qui, giochi per i vostri bimbi e…. pure per voi!
C’era una volta, nel paese degli Scoiattoli Pompolini, una Scoiattola di nome RAIna. Bella e appetitosa, RAIna era un po’ esuberante e la famiglia volle trovarle un marito che vigilasse su di lei. Suo fratello Scoiattolo Walt voleva farle sposare Scoiattolo Leo, volitivo e fumino, mentre suo nonno, Scoiattolo Silvio aveva scelto per lei, convincendolo con molte noci, Scoiattolo Ricky. La guerra tra le due opposte fazioni si protrasse per mesi, a lanci di noci, finché, una notte, i sostenitori di nonno Silvio, entrarono nella tana di RAIna e le misero accanto Scoiattolo Ricky. La mattina, quando i seguaci di Walt trovarono Ricky e RAIna teneramente abbracciati, s’infuriarono e corsero dal grande Scoiattolo Napoletano per protestare. Scoiattolo saggio e riflessivo, Napoletano chiamò Silvio e Walt e chiese loro di trovare un altro marito per RAIna. A lungo durò il colloquio e, finalmente, i due si accordarono: la Scoiattola contesa avrebbe sposato Scoiattolo Sergio, posato e competente. Congratulandosi della bella pensata, tutto il popolo Pompolino, si diresse alla tana di RAIna: volevano comunicarle la buona notizia e scacciare a calci Scoiattolo Ricky. Ma, nella tana ormai vuota, una sorpresa li aspettava: sulla porta, in abito da sera, c'erano due Scoiattole della Tv:. Scoiattola MariaFilippa consegnò loro un invito di nozze, dicendo “C’è posta per voi!” e Scoiattola Raffaella, commossa, squittì “Carramba, che bidone!”.
N.d.a. Ogni riferimento a fatti e personaggi reali è puramente …. casuale.
© Marina Garaventa
Erano le nove di un mattino azzurro e teso di vento di mare nel borgo di Vernazzola, nel cuore della Genova di levante. La stretta viuzza acciottolata di mattoni rossi, s’inerpicava ardita verso il Capo di Santa Chiara e, dalle finestre aperte sul vicolo, arrivavano i rumori di un’Italia onesta e parca, segnata da un dopoguerra difficili ma febbrile. Lilli scendeva veloce la scalinata e, mentre si avviava verso il “farinotto”, pregustava già la serata danzante che l’attendeva nella società operaia. In quell’Italia del ’51 che lavorava per rimettersi in piedi, c’era anche tanta voglia di divertirsi e le sale da ballo nascevano spontanee: anche a Vernazzola, in una fascistissima costruzione era nata, dalla voglia di un gruppo di giovani comunisti, musicisti intraprendenti, un ritrovo, detto Hotel, dove le famiglie si riunivano per ballare. Indossando l’abito migliore e le più avventurose speranze d’amore, nate dalle pagine di Liala e Grand Hotel, rigorosamente accompagnate dalle vigili genitrici, le ragazze frequentavano l’Hotel alla ricerca del loro Principe Azzurro. Lilli, 15 anni, magra ma formosa, occhi e capelli neri, pensava a quel giovane musicista che, la domenica prima, l’aveva fissata incessantemente per tutta la sera mentre suonava nella piccola orchestra. Ottavio, così si chiamava quel giovanotto che passava indifferentemente dal suonare contrabbasso e batteria all’attaccare i manifesti per le serate danzanti, come le avevano riferito le amiche Gina e Mariuccia, aveva 17 anni ma ne dimostrava qualcuno di più per la sua espressione seria e, cosa assai misteriosa, diceva di studiare canto. Che razza di lavoro potesse venir fuori da quello studio, per Lilli era un vero mistero ma, in quella mattinata di sole e di salsedine ventosa, non ebbe tempo neppure per chiederselo. Ferma in mezzo alla “creuza”, fissava incredula le pareti delle case, solitamente ravvivate sol dal verde delle persiane e dai vasi di “persa”e rosmarino, completamente tappezzate di manifestini sui quali spiccava un frase, neppure troppo sibillina:
“Questa sera dove vai?
All’Hotel e non lo sai!”
19 Agosto 1959 - 19 Agosto 2008
49 anni di matrimonio!
Ovvero un tranquillo sabato di terrore! Ore 15 – Le dame di compagnia, Edy e Wilma, procedono alla vestizione di Sua Altezza: abito rosso, pareo in tinta sulle gambe, gioielli del Tesoro della Corona; Ore 15,30 – arrivo del pneumologo reale che provvede a preparare il respiratore, l’ossigeno, l’aspiratore, i vari ameniccoli e, ovviamente, non disdegna di sfottere la Principessa, dicendole: “Non mi far parlare sul palco, se no ti stacco il respiratore”; Ore 16,00 – arrivo della carrozza ( pulmino per trasporto disabili). I due cocchieri sono terrorizzati al pensiero di portarmi a spasso: preferirebbero trasportare Riina; Ore 16,15 – con tutto il trono vengo issata sul cocchio e legata come un salame. Al mio seguito ci sono, oltre il medico e le due dame, il Principe Consorte che non mi perde d’occhio, l’Infanta che filma, mia mamma che fa finta di sorridere e mio padre che invoca San Gennaro. VIAGGIO 15 MINUTI MERAVIGLIOSI: VEDO IL PAESE E TUTTE LE COSE NUOVE DI QUESTI ANNI! Ore 16,30 – arrivo davanti al teatro e, col poderoso aiuto del mio amore, i due imbranati “cocchieri” mi fanno scendere dal cocchio! Il mio seguito s’infoltisce: trovo il parroco, l’assessore, il caro super-genio informatico Daniele e Barbara, responsabile e organizzatrice dell’evento, che ha il viso di chi ha appena visto… la Madonna! VARCO LA SOGLIA DEL TEATRO, MI TROVO SUL PALCO E….. (continua) © Marina Garaventa
Nella mia vita precedente, c’è stato un tempo, in cui non ho abitato a Villa Arzilla: dopo il divorzio, infatti, decisi, per sottrarmi alle affettuose/ansiose/oppressive cure parentali, di abbandonare l’appartamento coniugale, situato al 3° piano della casa avita, per trasferirmi in un piccolo appartamento, in un condominio non troppo lontano ma neppure pericolosamente vicino. La mia nuova casetta era perfetta per una vita da single e io, con somma meraviglia di tutti e con soddisfazione mia, riuscii ad organizzarmi al meglio: lavoro nel campo musicale, impegni politici in Comune, vita sociale rutilante! Libera, per la prima volta, da impegni familiari e coniugali, mi pareva impossibile di non dover reder conto a nessuno dei miei orari e delle mie giornate e svolazzavo libera come un fringuello. Così, nell’estate del ’97, io sperimentavo la mia indipendenza operosa mentre, a mia insaputa, la FBI (Family Investigation Bureau) organizzava il suo posto d’osservazione poiché, dalla finestra del tinello di Villa Arzilla si vedevano le finestre di casa mia! I miei genitori, in perfette tute mimetiche, corredati di binocoli all’infrarosso, macchina fotografica con zomm chilometrico, microfoni direzionali ed….elmetto, sotto lo sguardo perplesso della boxerina Elsa, si organizzarono in turni di sorveglianza per vegliare sulla vita del giovane virgulto, gettato improvvisamente nel diabolico mondo dei single! Ignaro di suscitare tali ansie, il virgulto, in altre parole io, se la spassava beatamente, in quelle calde notti savignonesi, non rientrando mai prima delle due di notte e, fu proprie in una di quelle notti che, lo sporco gioco del FBI fu scoperto. Rientrata dopo una serata di ballo all’aperto, felicemente stanca, m’infilai sotto la doccia e, poi, scivolai nel letto. Sprofondando subito in un sonno profondo, ebbi, opinatamene, la visita di Antonio Banderas, ma, mentre mi godevo la superba compagnia, proprio sul più bello, mi svegliò lo squillo del telefono! Sollevai la cornetta, biascicai qualcosa ma, dall’altra parte, si fece udire la voce ansiosa di mamma:
- Sei in bagno da un’ora! Stai male? –
Immediatamente, due possibilità si presentarono ala mia mente: o ero schizofrenica e, quindi, ero in bagno ma credevo di essere a letto, o avevo il dono dell’ubiquità.
- Veramente sono a letto… - risposi interdetta.
- Nel tuo bagno c’è la luce accesa da un’ora… come mai?-
Con un salto felino, balzai dal letto, imboccai il corridoio curvando stretto come Valentino Rossi, spalancai la porta del bagno e trovai la luce accesa: avevo scordato di spegnerla dopo la doccia.
Ormai sveglia e incazzata per l’evidente intrusione nella mia privacy, afferrai la cornetta e ruggii:
- Ma cosa ci fate, alle tre di notte, in tinello? –
Dall’altra parte ci fu un silenzio imbarazzato, poi, mia madre rispose:
- Ehmm….. Elsa non riusciva a dormire, così ci siamo alzati a farle compagnia. –
© Marina Garaventa
Peppino chiuse la porta della piccola casa e si fermò in mezzo alla piazza. C’era la nebbia: ammantava da sempre la pianura emiliana, la solita nebbia che sola era rimasta uguale nel trascorrere degli anni. La bianca barba ben curata di Peppino sembrava brillare, brillante di goccioline d’umidità, mentre gli occhi acuti lanciavano sguardi severi sulle poche macchine posteggiate, intorno ai resti del palcoscenico su cui, d’estate, facevano l’opera. Distolse lo sguardo, distratto dal rumore di una porta sbattuta: in maniche di camicia, i grossi baffoni neri, lo sguardo ironico di chi è pronto ad irridere il prossimo e sé stesso, Giovannino lo fissava.
In realtà le loro vite non si erano incrociate ma, da un tempo ormai lontano e incalcolabile come l’eternità, s’incontravano lì, in quel piccolo paese, sul crocevia che li avrebbe accomunati per sempre. Da una parte la casa dove Peppino era nato, dall’altra il caffè dove Giovannino aveva vissuto nella tarda età. Ogni mattina, nel momento in cui,l e ombre della notte si dissolvono per far posto alla realtà del giorno, i due s’incamminavano, a passo lento, verso Busseto: non han molto da dirsi poiché, ormai sanno già tutto ma, solo, ogni tanto, si scambiano ricordi e riflessioni.
Camminano vicini, finché raggiungono la campagna aperta e sostano sul ciglio d’un campo: Giovannino tira fuori un quaderno e comincia a schizzare vignette, Peppino, osserva la terra arata di fresco e canticchia sottovoce il “Va pensiero”.
- Canta, canta, che intanto quel diavolo d’un Bossi, vuol dividere l’Italia e s’è preso la tua musica come inno! – sbraita Giovannino.
- E dire che io ho scritto paginate di note per unirla. – risponde Peppino amareggiato.
Insieme riprendono il cammino respirando nell’aria umida: le automobili sfrecciano veloci, mentre qualche raro ciclista si avventura sulla strada, ma nessuno vede le due strane figure.
- Preti in bicicletta non se ne vedono più. – mormora il Maestro – son solo rimasti nei tuoi film. –
- Già, sempre quel Fernandel: non aveva la minima somiglianza col mio don Camillo. Però era talmente bravo che ha soffiato il posto al mio pretone. –
- In fondo però, dopo tanti anni, si divertono ancora con quel che abbiamo fatto noi due: le mie opere si suonano dappertutto e tu, sei lo scrittore italiano più letto e tradotto. –
- Hai ragione, però per il centenario della tua morte han fatto feste e convegni, per i 100 anni della mia nascita non si son mica strapazzati tanto. –
- Perché io, caro il mio Guareschi, ho scritto note mentre tu, con le tue parole, hai fatto venire i triboli a troppa gente: ai rossi perché eri monarchico, ai bianchi per la storia di De Gasperi e, pure con la Chiesa non sei stato tenero. –
- Che poi, caro il mio Verdi, a pensar bene ai politici d’oggi, De Gasperi era una meraviglia….-
- Di’ Giovannino senza paura”, ti sarai mica pentito? –
- Quello mai. Ho sempre agito con la convinzione di essere nel giusto. Tu, piuttosto, ci torneresti a fare il senatore?
- Adesso? Poco ci andavo allora, ed oggi proprio non mi ci vedrei, magari mi troverei seduto vicino al Senatur. No, meglio lasciare tutto come sta. Si fa giorno, convien dividerci. Ciao Giovannino.
- Ciao Peppino, a domani.
- A sempre.
Improvviso un bus rumoroso passa e li travolge. Niente paura, sono solo ombre che si dileguano in uno sfarfallio di fogli bianchi e note lontane.
Il 1 maggio 2008 ricorreva il centenario della nascita di Giovanni Guareschi, giornalista, umorista, disegnatore, scrittore, padre dei famosi “Don Camillo” e “Peppone”. A questo grande artista, spesso contro corrente, che per onorare le proprie convinzioni ha patito anche la galera e l’ostracismo, la politica e il mondo della cultura non hanno riservato molti onori. Negli ultimi anni della sua vita, Guareschi aprì un ristorante a Le Roncole, proprio accanto alla casa natale di Giuseppe Verdi.
Mi è piaciuto immaginare l’incontro dei loro spiriti ai giorni nostri.

Finalmente, dopo una settimana d’attesa, la marmotta Princy, dopo i suoi soliti sei mesi di letargo, è uscita in giardino: un’ora di sole, luce, colori e ariaaaaaa! Cielo azzurro, fiori bianchi, pini verdi, cane nero su erba nuova, venticello cristallino, ronzio d’insetti giovani, amici e parenti inondati di luce, insomma…. un’overdose di vita! Mentre me ne sto al sole, come una lucertola, mi torna alla mente un articolo, letto qualche giorno fa su “Il Secolo XIX”, che sembra proprio scritto per me.
D’autore cinese, narra di un uomo che, immobile su una barca, “passeggia”, attraverso un mitico paesaggio, in un modo un po’ inusuale…..
Se lo avessi letto, qualche anno fa, non lo avrei apprezzato come posso fare oggi.Leggetelo qui!