A proposito di quanto ho scritto nel post precedente (“La cura”), vi invito a vedere il documentario “Anam – il senzanome”. Si tratta dell’ultima intervista al celebre giornalista e scrittore Tiziano Terzani: sono 50 minuti indimenticabili.
Come cambia la visuale al cambiar del punto di vista. Come mutano i valori al mutar del valore della vita. Io me ne sono accorta nel momento in cui ho accettato la mia condizione: badate bene, ciò non è accaduto appena mi sono ammalata, ma solo quando, nella mia testa, è subentrata l‘idea che, per sopravvivere a questo tsunami, avrei dovuto accettarlo, tenerlo come parte di me. Girata quella pagina fatidica, che chiudeva definitivamente un capitolo della mia vita, ecco presentarsi una lunga teoria di pagine intonse, sulle quali scrivere cose assolutamente nuove, sulla base di un punto di vista totalmente diverso. Quel che vi era scritto prima, pur mantenendo il piacere del ricordo, apparteneva ormai ad una vita finita, conclusa con le sue vittorie e le sue sconfitte: sulle pagine bianche bisognava, ora, scrivere con altra penna, con altro inchiostro e con altri valori. Qualche volta, anche chi mi sta vicino, non capisce come io possa accettare i tanti limiti della mia condizione e come possa essere indifferente a cose che, prima, erano tanto importanti per me come per loro: non è pazzia o smania di superiorità, la mia è solo il mutar del punto di vista che muta i valori. Gli astronauti, si dice, dopo aver visto la terra come una pallina colorata persa nel cosmo, non sono stati più gli stessi: cambiato il punto di vista anche i loro punti fermi sono cambiati.
Questa non è, come alcuni possono pensare, falsa rassegnazione voluta per necessità: è accettazione di una realtà immodificabile e ricerca, all’interno di questa, di un possibile equilibrio, di una rasserenante armonia. Io potrei usare il mio tempo, e le mie forze fisiche e psichiche, in faticosi esercizi respiratori per liberarmi, nella migliore delle ipotesi, per qualche ora dal mio respiratore: a che pro spendere tutte le poche energie che mi restano per mutare solo di qualche briciola la mia condizione? Ciò che ho ancora da dire, da dare, da fare e da ricevere vale molto di più di un’ora di respirazione indipendente e, solo se sarò sempre in pace e in armonia con me stessa, potrò vivere ancora nella gioia e nella serenità.
© Marina Garaventa
Il titolo “Mattinata” non è casuale e si rifà ad una tradizione medioevale che aveva uno scopo ben preciso. Come accade da sempre, molte mogli annoiate, in assenza dei mariti, usavano invitare i loro amanti nelle proprie stanze: sprangate porte e finestre, gli amanti si estraniavano dal mondo, pur sapendo che, al sorgere del sole, lui avrebbe dovuto fuggire per non essere scoperto. Per conoscere, quindi, l’albeggiare, il giovanotto si accordava con un amico che, appostato nei pressi della casa, al sorgere del sole, cominciava a cantare.
Fu composta da Ruggero Leoncavallo a Brissago (Svizzera), per Enrico Caruso, che la incise nel 1904, contribuendo al suo intramontabile successo.
L'aurora di bianco vestita
Già l'uscio dischiude al gran sol;
Di già con le rosee sue dita
Carezza de' fiori lo stuol!
Commosso da un fremito arcano
Intorno il creato già par;
E tu non ti desti, ed invano
Mi sto qui dolente a cantar.
Metti anche tu la veste bianca
E schiudi l'uscio al tuo cantor!
Ove non sei la luce manca;
Ove tu sei nasce l'amor.
Commosso da un fremito arcano
Intorno il creato già par;
E tu non ti desti, ed invano
Mi sto qui dolente a cantar.
Ove non sei la luce manca;
Ove tu sei nasce l'amor.
Davanti a questa notizia, buona per tutti quelli che credono nella laicità dello stato e nella libertà dell’individuo, si potrebbe dire molto ma, da tempo, certe parole non mi vengono più. Dopo che la legge iniqua voluta dal Governo Berlusconi, ci rigettava in uno stato etico, toglieva ai cittadini libertà di scelta su cure e terapie, riduceva le persone, più o meno gravemente invalide, al ruolo di fantocci nelle mani di medici, giudici e ministri, la mia pazienza e, devo dire, la mia combattività sono venute meno. Le dichiarazioni di uomini come il Ministro Sacconi ("Se corrisponde al vero quanto contenuto in una nota che fa riferimento ad una sentenza del Tar del Lazio sul caso di Eluana Englaro, questo rende di fatto ancora più urgente l'approvazione della 'norma Englaro'.), di Maurizio Gasparri ("Su temi che riguardano la vita e la morte delle persone serve una norma di legge precisa e non la fantasia della giustizia amministrativa, che immaginiamo impegnata su temi più ordinari. Sarebbe ridicolo o forse agghiacciante se su un argomento così delicato la decisione definitiva fosse affidata al Tar". ) sono, a dir poco agghiaccianti. Che si può dire a chi riduce il dramma di Eluana e della sua famiglia al termine “norma Englaro, come se parlasse di una norma di pubblica edilizia? La dichiarazione di Gasparri raggiunge, poi, il ridicolo: se non il Tar, chi dovrebbe decidere della nostra vita e della nostra morte? Magari lo stesso Gasparri o, visto l’andazzo, il nostro Presidente del Consiglio?
Per fortuna, c’è chi ancora difende i nostri diritti ma, come solo in questo paese può accadere, si tratta di due uomini politici agli antipodi: Ignazio Marino del Pd e Gianfranco Fini del Pdl ( o dovrei dire di An?). Tralasciando che, per uno di sinistra, avere come riferimenti Fini, crei un discreto conflitto interiore, non so quante possibilità possano avere questi due paladini della laicità di aprire una breccia nelle "capocce" dure dei loro/nostri avversari.
E allora, che fare? Prender l’armi e combattere contro i mulini a vento, non fa per me né per coloro che come me, se ne stanno in un letto appesi a un filo o a un tubo: la cosa migliore, cari amici, qualora vi trovaste nelle incresciose circostanze di dover scegliere come morire, tornate ai vecchi metodi, tanto cari anche all’ipocrisia ecclesiastica. Un bel viaggetto in Svizzera oppure un accordo sottobanco con un medico compiacente.
Del resto, anche se, per ora, non è un mio problema, “fatta la legge, studiato l’inganno”
© Marina Garaventa
Viste le recenti sortite, del noto duo comico Gelmini-Bossi, in materia di dialetto, credo di far cosa gradita a chi debba superare l’esame dialettologico (?) per gli insegnanti, o per chi voglia partecipare al prossimo Festival di Sanremo, iniziare un corso rapido di genovese.
Le lezioni saranno suddivise per argomento e, senza alcuna pretesa di carattere etimologico, cercheranno d’indirizzare l’allievo nell’ostico mondo del “zeneize” (genovese)
LEZIONE 1 – L'AMÔ (l’amore)
Iniziamo, oggi, con il sentimento principe, l’amore, e mettiamo subito in chiaro che il ligure, ritroso e poco incline alle smancerie, è poco avvezzo all’uso di questa parola e preferisce usare “ voeì ben” (voler bene). Rivelato il suo sentimento, la coppia cominciava a “fâ l'amô” (amoreggiare) con i primi approcci discreti, per passare poi a “leppegâ” (scambio di baci più focoso). Come diceva mia bisnonna Cesira, se il giovanotto nutriva speranze di matrimonio, si diceva “aveì ideà” (avere desiderio di accasarsi), ma, se la fidanzata non se voleva sapere, lo licenziava, con un lapidario “no occöre ciû ninte” (non occorre più nulla). Se il fidanzamento andava a buon fine, trovato un “scito” (appartamento), i due potevano “sposâ “ (sposare), con la “sposâ” (sposa) in abito bianco, e cominciare, volgarmente parlando, a “becciâ” (avere rapporti sessuali).
Dice il proverbio:
“Ammortôu o lûmme, tûtte e donne son pæge” (Spento il lume, tutte le donne sono uguali)
“Amô o no conosce mezûa” (L’amore non conosce misura)
“L'amô e a tossa no se peuan asconde” (l’amore e la tosse non si possono nascondere)
Curiosità:
Le note “maniglie dell’amore”, in genovese, si dicono, prosaicamente “cuìga”, che, tradotto letteralmente, sta per “cotenna”, spesso riferita al di maiale.
©Marina Garaventa
A proposito delle badanti irregolari che, in base alle nuove leggi, dovrebbero essere messe il galera, doo aver, magari per anni, accudito i nostri anziani, 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, per la modesta cifra di 1500 euro, il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni, molto vicino alle posizioni di Umberto Bossi, ha affermato: “Che si assumano badanti italiane! Ce ne sono tante che vorrebbero fare quei lavori».
Ce le trova lui o portiamo tutti i nonnetti a casa di Bossi?
Sul tema dell’immigrazione e dei migranti, la documentarista Cinzia Bassani consiglia
“COME UN UOMO SULLA TERRA”
9 LUGLIO 2009
RAI 3 ore 23.40 (trasmisisone DOC3)
Un occasione di civiltà e informazione per tutta l'Italia.
Finalmente anche chi non poteva sapere ora saprà.
Chiediamo alle migliaia di persone che da oltre 6 mesi
sostengono il film, di diffondere ovunque la notizia:
con il passaparola, nei mezzi di informazione, via mail e
con il Volantino che potete scaricare sul sito del film:
http://comeunuomosullaterra.blogspot.com
I giornali hanno il dovere di informare perché i cittadini hanno il diritto di conoscere e di sapere. La nuova legge sulle intercettazioni telefoniche è incostituzionale, limita fortemente le indagini, vanifica il lavoro di polizia e magistrati, riduce la libertà di stampa e la possibilità di informare i cittadini. Per questo va fermata.
http://www.repubblica.it/speciale/2009/appelli/dovere-di-informare/index.html
Fa freddo e piove,
ho l’influenza e la febbre a 38,
e ho perso pure le elezioni.
A quando lo tsunami?
! VFC!