Da ”Il Secolo XIX del 10/06/08 – intervista a Gustavo ZAGREBELSKY
….”Professore, non le pare che il mondo laico, sul terreno dei problemi etici, risulti ormai sulla difensiva?
«Mi sembra che siamo tutti un po’ sulla difensiva, anche la Chiesa cattolica reagisce nel modo che vediamo
perché si sente accerchiata da una cultura che non è la sua e che cerca di trasformare la religione in un fatto privato. Una prospettiva che la Chiesa teme più d’ogni altra cosa: ridurre la religione ad un fatto privato significa
infatti negare la Chiesa come istituzione. Quella che a noi sembra una posizione di potenza è in realtà il risultato delle grandi difficoltà della Chiesa a risolvere il problema del suo rapporto con il mondo moderno.Noi italiani
siamo ovviamente fuorviati dalla presenza del Vaticano, ma se andiamo in Inghilterra o in Olanda gli interventi
del Papa, anche su temi molto importanti, finiscono in decima pagina. La domanda centrale resta la stessa: quale può essere il rapporto della Chiesa con la modernità? Una domanda a cui ha tentato di rispondere il Concilio Vaticano II,ma le sue risposte sono state messe tra parentesi dalla stessa Chiesa».
La strada del Concilio alla fine, è stata considerata sbagliata?
«In un certo senso, forse sarebbe meglio dire perdente, dal punto di vista della Chiesa, ed è stata così sostituita
da una strategia completamente diversa che ha puntato sull’intervento pubblico attraverso la spettacolarizzazione e l’uso massiccio del sistema mediatico se questa sarà a sua volta, una strada vincente potremo saperlo soltanto fra qualche decennio. Per quanto concerne, invece, il versante laico, che spesso si dice sia in crisi o in difficoltà rispetto all’offensiva religiosa, intanto va detto che i laici, in quanto tali, non possono contare su un’autorità unica, che si pronuncia ex cathedra richiamandosi a una Verità con la v maiuscola, come è il caso della Chiesa. L’universo laico non può contare su nulla di tutto ciò, è per definizione più plurale, corale, orizzontale,all’interno del quale c’è di tutto, posizioni ragionevoli e altre meno, persino un fondamentalismo laico che fa il paio con quello di certi settori della Chiesa, Sono due posizioni speculari ma il fatto che il fronte dei non credenti non riesca a esprimere posizioni cosiddette “forti” ad esempio, sulle questioni della bioetica la Chiesa parla con una sola voce forte e chiara, significa semplicemente che al suo interno è in corso una libera discussione.Questa è la natura dei due diversi mondi, l’unico dogmatico e l’altro critico».
Riflessioni interessanti che, per noi italiani, hanno certamente una valenza in più che ci costringe, quotidianamente, a fare i conti, con la presenza ingombrante del Vaticano. Contrariamente a quanto appare emotivamente, il pontificato di Benedetto XVI è una logica continuazione di quello di Giovanni Paolo II, personaggio carismatico e comunicativo, che però ha riportato la Chiesa ad un forte dogmatismo, rigettando in buona parte le novità del Concilio Vaticano II fortemente voluto da Giovanni XXIII.
Michele si svegliò quasi di soprassalto e, in un balzo, scese dal letto, come non faceva mai nei giorni di scuola, ma quello era un giorno speciale: era il 24 dicembre e, sulla piazza, veniva addobbato l’albero di Natale. Mentre si vestiva in fretta tracannando il caffelatte, s’interrogò per l’ennesima volta sulla questione dell’albero senza trovare una risposta. All’età di nove anni le faccende del Natale non facevano più effetto a nessuno ma a lui quel periodo dell’anno metteva sempre una grande eccitazione. In un attimo fu in strada: la giornata era fredda e tersa come cristallo e Michele, inalando a pieni polmoni, avvertì l’odore della legna bruciata e il vago sentore di pandolce che proveniva dal vicino fornaio. Di corsa, raggiunse la piazza e la trovò, come sempre, piena di bambini d’ogni ètà, colore e religione: lì, tutti festeggiavano le ricorrenze di tutti. Il bambino passò senza indugio, in mezzo a quelli che giocavano a pallone, scantonò chi lo chiamava per il solito scambio di figurine e puntò deciso verso il giardino antistante il comune dove troneggiava un sontuoso abete. Finalmente poteva rilassarsi e attendere, accomodato sulla scala, l’inizio dello spettacolo.
Ancora un attimo e tutto avrebbe avuto inizio!
Come previsto il portone del comune si aprì e spuntò il solito cappellaccio floscio del capo operaio Brunetto che, caracollando sul vialetto, spronava il suo collega Silvio a portar fuori la cassa degli addobbi:
- Fanni fitu!- incitava Brunetto.
- Coxe ghè drentu a ‘stu sacramentu?- tuonava Silvio con il baffo biondo e irascibile.
Dietro ai due, silenzioso e con i grandi occhi spalancati, veniva Terzo con la sua aria di bambino: anche lui subiva il fascino del Natale e, in quel periodo, tralasciate tutte le piccole attività con cui si rendeva utile alla comunità, si preparava con scrupolo, a vestire i panni di Babbo Natale per distribuire doni ai bambini delle scuole. Già all’inizio di Dicembre cominciava a preoccuparsi che il vestito fosse pronto insieme al sacco e ai regali e tempestava di domande Barbara, responsabile dei servizi sociali.
- Ciao Terzo -
- Ccciao Mi-Michele. – balbettò sorridendo lui mentre guardava Silvio che scassinava la cassa. -
- Coxe a l’è ‘sta roba? Barbara!! – ululò Silvio guardando stupito gli strani oggetti.
Richiamata dalle grida, Barbara, bionda e materna, si affacciò dalla finestra :
- Lo sapevo che avresti trovato da ridire! Ce le ha mandate l’Ambasciatore e non possiamo fargli un torto. Ha detto che, anche se sono brutte, la notte s’illuminano e rilasciano una polvere bianca che sembra neve. Del resto si chiamano “Fosforo Bianco Natale”.
- Ma sun brutte, pan bumbe! – mugugnò Brunetto cominciando ad appenderle ai rami.
In breve il lavoro venne ultimato, i due operai, raccolti i loro attrezzi, si allontanarono perplessi e anche Michele decise di tornare a casa non senza rivolgersi ancora una volta a Terzo:
- Ti piace? -
- Era più be-bello quello con le pa-palle colorate e le lucine. -
- Magari di sera è meglio…- concluse il bambino allontanandosi.
La giornata di Michele sembrò la solita, fatta di auguri, regali e baci appiccicosi di nonne e zie, finchè, in mezzo a quel bailamme, improvvisamente, gli arrivò la voce del telegiornale:
-…trafugate dall’arsenale alcune casse di bombe chimiche al fosforo bianco. Si pensa possano essere utilizzate per compiere un attentato … - Il giornalista continuò mentre sul video venivano mostrate le terribili bombe e i loro effetti ma Michele non era più davanti al video.
Le aveva riconosciute subito.
In un attimo fu in strada e, incurante della notte e dell’incipiente nevicata, prese a correre verso il comune. Il vialetto era buio e l’abete s’intravedeva appena… tutto era immobile ma, in quel momento, Michele avvertì un rumore alle sue spalle: era un ansimare, quasi un rantolo. Il bambino tremò di paura mentre una mano si posò sulla sua spalla. Pronto a difendersi, fece per voltarsi ma venne abbagliato dal fulgore dell’albero improvvisamente acceso: attraverso le lacrime, vide le palle colorate, le lucine intermittenti, i nastri argentati e sentì la voce di Terzo:
- Ti pi-piace? Quelle erano tro-troppo tristi… le ho buttate nel burrone de-della Fosca, così nessuno le troverà più. Ora vado a ca-casa che sono stanco…-
Finalmente Michele riuscì a voltarsi e lo vide allontanarsi: aveva indossato il suo costume e, anche se aveva il cappello sbilenco, la giacca troppo stretta e i pantaloni un po’ corti, gli sembrò il Babbo Natale più bello del mondo.
- Buon Natale, Terzo. Buon Natale a tutti… proprio a tutti!-
(c) Marina Garaventa
Pubblicato su "NUOVA SAVIGNONE" - Dicembre 2005
Eccomi qui a fare la “grigua”(lucertola): in questo primo vero giorno di sole, anch’io ho fatto la mia gita “fuori porta”…o meglio, fuori della porta. Dopo otto mesi di clausura obbligata, durante i quali ho visto il mutare delle stagioni e della luce attraverso le finestre di casa, posso, ben coperta, dotata di cappello e occhiali scuri, azzardare un viaggio rocambolesco sulla mia megasedia a rotelle, con respiratore e bombola d’ossigeno al seguito. Il principesco corteo, che mi fa assomigliare ad una vecchia sovrana in pensione, è arricchito da trepidanti famigliari e chiuso trionfalmente dalla cagnona Frida che compie diligentemente il suo ufficio, leccandomi una mano. Qualcuno ha scritto “fare il giro del proprio orto è come fare il giro del mondo” e mai frase mi sembra più azzeccata: fatti quei pochi metri che separano la mia camera dal giardino, mi sembra d’aver valicato l’oceano, mentre sento l’aria tiepida e il calore del sole. L’emozione è forte, vibrante e ho la sensazione che il mio corpo, le vene, i polmoni si riempiano dell’azzurro di questo cielo. Anche Savignone, poi, ha deciso di fare la sua parte: la collina di Sementella mi sembra più rigogliosa e verde di sempre, le ville spiccano coi loro colori lavati dalla rugiada, davanti a me, la nuvola rosa del ciliegio del mio vicino, lascia intravedere il torrione minaccioso del castello.
Con la testa di Frida appoggiata sulle gambe, mentre le gratto il grosso naso nero, faccio la “grigua” e mi godo questa vista, così usuale per tutti ma per nuova e bellissima. E’ una festa del cuore e dello spirito: un sommesso calore m’invade dolcemente facendomi quasi desiderare di potermi addormentare qui, al sole, col sottofondo cicalante dei merli. Improvvisamente il suono del campanello mi distoglie dal mio incantamento: Frida muove appena la coda, in segno di riconoscimento, e, nel mio quadro savignonese, entra, a pieno titolo, la ‘Nesta. Con voce sommessa e gentile, la proprietaria di uno dei più antichi e stimati negozi del paese, mi chiede come sto. In un uno stile vagamente inglese, sempre rispettosa e riservata, come il buon genovese comanda, ‘Nesta, si avvia verso la cucina, dove, scambiate le chiacchiere sul tempo e su di me, depositerà le borse della spesa. La sua figura, minuta e composta, la sua voce, il suo garbo, s’incastonano perfettamente nel mio quadro e, come in un memory colorato, mi portano alla mente i miei primi giorni da cittadina smaniosa, trapiantata a forza in un paese che, allora, sembrava distante anni luce dalla civiltà metropolitana. Nel 1984, quando, controvoglia, lasciai Genova per questo borgo, mèta, per me, di sola villeggiatura estiva, non si vedeva Rai3, non c’era un cinema nel raggio di 20 km, non esisteva, o quasi, illuminazione stradale e, durante l’inverno, nevoso e gelido, non si trovava né mozzarella né bresaola, considerate cibi dl lusso, buoni solo per i “villexanti”! Un incubo, insomma, che si ripeteva quotidianamente quando entravo nel negozio della ‘Nesta: lì il tempo sembrava fermo, col rumore della grande affettatrice rossa, nella trasparenza colorata dei vasi di caramelle e nell’untuosa fragranza della focaccia, la padrona del negozio e del tempo dispensava cortesie e panini, consigli e biscotti, ricette e latte. E in quel chiacchiericcio garbato, mentre la Franca dava la ricetta della sua famosa crostata e Maria raccontava le avventure di Carlone, io fremevo nervosamente nell’attesa spasmodica di portare a termine una spesa che, per i miei tempi frenetici di cittadina, mi sembrava intollerabilmente dilatata. Poi, un giorno, inspiegabilmente, come un novello San Paolo sulla via di Damasco, una folgorazione mi colpì e la verità inoppugnabile mi rivelò il mistero: ma perché “cavolo” avevo tanta fretta? Dove accidenti dovevo andare per non poter conversare piacevolmente di crostate o di bambini col morbillo? La risposta fu una nuova rivelazione: in realtà dovevo fare, né più né meno, quello che facevo a Genova dove, però, abituata ai ritmi cittadini, non c’era tempo per chiacchiere e convenevoli. La crostata di Franca, il morbillo della piccola Carlotta, la focaccia, il cane di Mario e tutti gli altri “inutili” discorsi del negozio mi apparvero così come tanti piccolo tasselli di un quadro nel quale ci sono ancora i colori vivi del rispetto, dell’interesse per gli altri e del senso di una comunità che, anche quando si fa un po’ pettegola, non è mai indifferente al suo vicino di casa.
Chissà se la ‘Nesta, per tutta questa pubblicità, mi farà un regalo?
(c) Marina Garaventa
Pubblicato su "Nuova Savignone" - Giugno 2006