Il cuore mio di figlia
sanguina e ognor sussulta:
da che gli occhi d’infante,
videro il volto giovane
dell’amato Re Padre,
dal roseo labbro mio
sgorgò tenero il nome
che oggi ancor risuona,
benché canuta lana
ammanti il regal capo.
Sia per mostrargli affetto
sia per mandarlo affan..
ognor ripeto ancora:
“Oh Papi!Oh Papi mio!” .
Ma omai, il dolce termine
non è foriero più
d’amabili consessi,
evoca solamente
truci nani asfaltati,
cavalieri pisellati,
donzelle fatturate e festini disgraziati.
Oh Papi, papi mio, come potrò chiamarti?
Si spegne il dolce nome,
sola s’alza una prece
chi mi ridà il mio Papi?
© Marina Garaventa
Ecco la semplice e mistica illuminazione che si è affacciata alla mia mente, oggi, mentre ascoltavo, in diretta da Il Cairo, il discorso di Barak Obama al mondo islamico. La prima, piacevolissima, sensazione è stata d’abbandono e d’estatica soddisfazione come quella che si provo ascoltando un brano di W.A. Mozart: con piglio autorevole, con il giusto equilibrio tra la disponibilità al dialogo e la convinzione delle proprie idee, con quel tanto di retorica occorrente, mitigata da grandi innovazioni, Obama ha disegnato un’America nuova per un rapporto nuovo, non solo con l’Islam ma con tutto il mondo.
Non sembri eccessivo il paragone con Mozart che, genio musicale, seppe, seppur nei canoni più rigidi del ‘700, creare capolavori pieni di fascino e di finezze intellettuali. Con scene equilibrate e leggiadre, con ritmi semplici e accordi complessi, Obama, come il grande autore del “Le Nozze di Figaro” ci ha fatto, letteralmente, “respirare” il cervello, arrivando, quasi, ad ubriacarci per un sogno che manca da molto, troppo, tempo. Al di là della sua appartenenza politica, che si può condividere o no, Obama, oltre ad affrontare i grandi e realistici temi del rapporto tra gli USA e paesi arabi, citando con pragmatismo e realismo, il problema d’Israele, del nucleare e della condizione femminile nei paesi fondamentalisti islamici, ha tratteggiato l’immagine ideale di un mondo, difficile da realizzare, ma possibile. Citando passi dai“libri” delle tre grandi religioni, cristianesimo, islam ed ebraismo, ha ammantato il suo discorso di un’aurea mistica, applicandola ad una possibile civiltà di rispetto, consapevolezza e convivenza. Insomma, un sogno magari irrealizzabile, cui, però tendere e per cui lottare.
Inebriata e abbacinata da tanta potenza evocativa, avrei dovuto spegnere il televisore per meditare serenamente e, invece, in preda alla sindrome da telecomando, ho, inavvertitamente, cambiato canale! E’ stato come passare da Mozart, eseguito dall’orchestra della Scala, alla mazurka eseguita da una scalcagnata banda di paese: sul video passavano le facce anonime e inebetite dei nostri rappresentanti politici che, ora ingrugniti, ora stupidamente ilari, blateravano di veline, corna, aerei! Spettacolo desolante e avvilente per un paese che, nel passato, ha dato al mondo civiltà, arte, pensiero e grandi ideali. Mi chiedo come e perché siamo finiti così in basso, e, francamente non mi so rispondere. So solo che, nonostante la nostra civiltà, il nostro progresso, la nostra democrazia, non riusciamo più, col nostro voto, a creare una classe politica che ci rappresenti degnamente.
Un consiglio: se volete ossigenarvi il cervello, ascoltate il discorso di Obama… o la sinfonia da “Le nozze di Figaro” di W.A. Mozart.
Marina Garaventa
Sull’onda dell’auditel e stuzzicata dalla domanda di Ysor, festeggio la festa della donna (scelta non casuale!) parlandovi di Giacomo Puccini e, in particolare del recente sceneggiato televisivo. Chi ha visto lo sceneggiato senza conoscere la vita e le opere del musicista lucchese, si chiederà cosa c’entri Puccini con le donne. In realtà, l’universo femminile e il rapporto con esso sono stati il fulcro e il motore dell’ispirazione di questo musicista: non a caso, tutte le sue composizioni hanno come protagoniste le donne e l’amore. Lo sceneggiato televisivo, prodotto pregevole per interpretazione, scene, costruzione narrativa, ci ha presentato un personaggio, seppur ben delineato, totalmente avulso dal contesto storico e culturale dell’epoca e solo travagliato da dubbi d’identità e preoccupato solo di portare a termine la stesura di “Turandot” che, col reiterare della melodia di “Nessun dorma” ha finito per diventare uno stucchevole tormentone. Come se Puccini avesse scritto solo quell’aria che, tra l’altro, non è una delle sue migliori! Sfido chiunque abbia visto lo sceneggiato, a dire, a parte i costumi, quale sia stato il periodo storico in cui l’autore visse. L’opera di un artista è sempre fortemente influenzata dall’ambiente, dalla storia e dalla cultura del tempo ma, nello sceneggiato non se ne fa il minimo accenno. Un esempio per tutti: le prime due opere di Puccini ("Le Villi" e "Edgar") furono scritte sull’onda wagneriana che aveva invaso il melodramma con il sinfonismo, ed ebbero, giustamente, poco successo. Puccini, infatti, non aveva trovato ancora l’equilibrio tra sinfonismo tedesco ed emotività italiana. A questo si riferiva Verdi, quando scriveva a Ricordi, riferendosi al lucchese, “l’opera è l’opera, la sinfonia è la sinfonia”.
Ma torniamo alle donne: ammesso e non concesso che il sor Giacomo fosse personaggio così travagliato, si sa, per certo, che abbia avuto innumerevoli relazioni extra dalle quali, spesso, trasse ispirazioni per le sue opere. Lo sceneggiato ci mostra, solo velatamente, quest’aspetto, concentradolo sulla tra l’altro, dubbia relazione con la giovane domestica, e facendo passare la povera Elvira come una pazza visionaria.
E, per ultimo ,parliamo di musica: quale musica, direte voi, poiché non abbiamo ascoltato che “Nessun dorma”? Appena accennate le note di "Manon Lescaut", "La Boheme" e "Tosca", di "Madama Butterfly" abbiamo “visto” solo il finale, completamente tralasciate "Gianni Schicchi", "Suor Angelica", "Tabarro", "La rondine" e "La fanciulla del West". Nessun accenno al rapporto coi cantanti, coi direttori e con tutto ciò che concerne il melodramma in tutte le sue sfaccettature. Come fare un film su Picasso e non far vedere i suoi quadri!
Dubito quindi che, chi non abbia dimestichezza con la lirica, possa aver capito qualcosa di utile e consiglio un giro nel sito del Centro Studi Puccini e la lettura del libro “ Giacomo Puccini: l’ultimo di una bottega di musicisti – (Maria Pacini Fazzi Ed. Lucca) di Daniele Rubboli.
© Marina Garaventa
Dopo tanta serietà, ecco una versione particolare del Coro a bocca chiusa dalla Madama Butterfly.
Benché abbia solo 10 anni più di mio padre, benché non siano neppure parenti, tutti, nell’ambiente della lirica, lo chiamano così. E tutti, persino Pavarotti quando lo incontravano al Lirica Club, gli chiedevano:
- il to fijoi come sta? – riferendosi a mio padre.
Clio, con un nome così strano, da musa, che solo gli emiliani possono appioppare ad un ragazzino, era, ed è ancor oggi, un omone alto e forte, buon mangiatore di ciccioli, amante del parmigiano, che mette anche nella zuppa di pesce, buon bevitore di lambrusco, abilissimo impastatore di tagliatelle, e gran lavoratore. A due cose Clio non sa rinunciare: le bocce e la lirica. Le prime, tutti i giorni nella locale società, la seconda sempre e solo nel suo club e nei teatri in giro per l’Emilia e l’Italia. Il Lirica Club, associazione che si può apparentare ad un club di tifosi del calcio, è un luogo ove si riuniscono gli appassionati del melodramma, tifosi di questo o quel cantante. Lì, i soci ascoltano musica, organizzano concerti e “trasferte” nei teatri, Clio, anima del suo Lirica Club, non ascolta quasi mai dischi: la lirica se la canta mentre lavora o mentre si dedica, come ogni modenese doc, al suo aceto balsamico che, in gara con la moglie, prepara nella sua soffitta.
Mio padre e Clio si conobbero nel 1966 quando i teatri emiliani “montarono” quella mitica edizione di “Manon” di Massenet, che vedeva, nelle vesti dei protagonisti, due giovani e promettenti debuttanti: Ottavio Garaventa e Mirella Freni. Mio padre, ormai ristabilito dalla lunga malattia che lo aveva portato vicino alla morte, affrontava a Modena il primo grande impegno che avrebbe poi dato avvio alla grande carriera: Clio lo ascoltò, s’innamorò della sua voce e decise di “adottarlo”. E che fa un buon padre coi suoi figli? Prima di tutto li nutre, li coccola e non li molla! Da quel lontano ’66, fu così che, ogni volta che papà soggiornava, anche per lunghi periodi, in Emilia, Clio lo nutriva a tagliatelle, fatte a mano, bistecche di cavallo e lambrusco, lo accompagnava alle prove, lo “sponsorizzava” ovunque, arrivando persino a mettersi in aperto contrasto coni fans dell’allora astro nascente: il modenese Lucianone! Cominciò in quegli anni, un duello, stile Coppi e Bartali, tra gli appassionati del melodramma che portò addirittura ad una storica “scissione” all’interno del Lirica Club di Modena che si divise in due: una parte pavarottiana e l’altra, capitanata da Clio, che parteggiava per Garaventa.
Ed ora, che son vecchiotti tutti e due, quando s’incontrano, vanno ancora a tagliatelle e lambrusco!
© Marina Garaventa
“Messa da Requiem” – musica di G. Verdi
Soprano: Renata Scotto
Mezzosoprano: Marilyn Horne
Basso: Nicolay Ghiaurov
Direttore: Claudio Abbado
Soli e coro
Lacrymosa dies illa,
qua resurget ex favilla,
judicandus homos reus.
Huic ergo parce Deus.
Pie Jesu Domine,
dona eis requiem. Amen.
Giorno di lacrime, quel giorno,
quando risorgerà dal fuoco
l’uomo reo per essere giudicato.
Ma tu risparmialo, o Dio;
Signore Gesù buono,
dona loro riposo. Amen.
Qui MauroPiadi ha trovato le parole giuste:
Aida
Opera in quattro atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Antonio Ghislazoni
ATTO PRIMO
SCENA I: Sala nel palazzo del Re a Menfi
RADAMÈS:
Se quel guerrier
Io fossi! se il mio sogno
S'avverasse!... Un esercito di prodi
Da me guidato... e la vittoria... e il plauso
Di Menfi tutta! E a te, mia dolce Aida,
Tornar di lauri cinto...
Dirti: per te ho pugnato, per to ho vinto!
Celeste Aida, forma divina.
Mistico serto di luce e fior,
Del mio pensiero tu sei regina,
Tu di mia vita sei lo splendor.
Il tuo bel cielo vorrei redarti,
Le dolci brezze del patrio suol;
Un regal serta sul crin posarti,
Ergerti un trono vicino al sol.
Celeste Aida, forma divina,
Mistico raggio di luce e fior, ecc.
AUGURI!
Crescere in una famiglia “ votata” alla lirica non è cosa facile e c’è sempre il rischio di diventare dei disadattati: a 15 anni, quando i miei amici cantavano Bennato io ascoltavo il “Macbeth" di Verdi e, ovviamente, in campo musicale, le condivisioni coi miei coetanei erano prossime allo zero assoluto. D’altra parte, cosa ci si può aspettare da chi è stato allevato a “minestrone e musica”? Insonne felice, poiché non dormivo perché occupata a giocare, fino all’età di tre anni, obbligavo mia madre, santa donna stonata come un coro di campane, a cantarmi inutili ninnananne che, solitamente, si riducevano ala “Serenata” dalla "Cavalleria Rusticana” di P. Mascagni. La meschina andava avanti per ore e, alla fine, da perfetta e sveglissima maleducata, avevo anche la faccia tosta di dirle: “Ma’, come sei stonata!”. Avvolta costantemente da questa colonna sonora, nei periodi in cui mio padre studiava qualche nuovo spartito, il mio cervello recepiva senza sforzo parole e note e, in breve, finivo per sapere alla perfezione quasi tutte le opere del repertorio paterno, ovviamente, solo le parti del tenore. Detta così può sembrar cosa da poco, considerando che solitamente, l’insieme delle opere cantate in una carriera si aggira sui 40 titoli, ma nel caso del mio augusto genitore, tale numero schizza vertiginosamente a 100 titoli facendo di lui un vero “mostro”. Nel mio repertorio mnemonico spiccano dei veri gioielli, quali “Abu Hassan” di Weber, “Dejanice” di Catalani”, “I Rantzau” di Mascagni o il “Gattopardo” di Musco: tutti argomenti immancabili in una discoteca o in una festa tra ragazzini interessati al “tacchinamento”.
Orbene, ammesso che tutte queste cose mi fossero state inculcate con un involontario “lavaggio del cervello” c’è una romanza che già all’età di quattro anni, era ben scolpita nella mia testa e che, in una ben determinata situazione, cominciavo a cantare “in automatico”: “Non più andrai farfallone amoroso” dalle “Nozze di Figaro” di W. A. Mozart. Con la mia vocetta infantile ma intonata, attaccavo questa romanza per baritono, tutte le mattine d’estate, dalle 9 alle 9,30 circa, nel tragitto che, da casa mia arrivava allo stabilimento balneare “Canova” a Sturla. Mentre camminavamo di buon passo, in una stretta “crouza” montaliana, ombreggiata tra “i pruni e gli sterpi”, lungo assolati muri d’orti con “cocci aguzzi di bottiglia”, passando, a turno, nelle braccia dei mie, imperterrita, senza capire un granché di quel che dicevo, attaccavo:
Non più andrai, farfallone amoroso,
notte e giorno d'intorno girando;
delle belle turbando il riposo
Narcisetto, Adoncino d'amor.
E andavo avanti fino a che non entravamo nei “Bagni Canova”
Lo strano è che, in casa mia, né mio padre, né la zia, han mai cantato “Le nozze di Figaro”…….
© Marina Garaventa
Ecco qui, il cenone giapponese: se volete saperne di più, leggete il blog della mia amica Yukari!
Coro e orchestra del Teatro alla Scala di Milano
diretti da Franco Capuana nel 1952.
MARGHERITA: Rosetta Noli, soprano
“MEFISTOFELE” Opera, tratta da “Faust” di W. Goethe, in 4 atti, prologo ed epilogo di Arrigo Boito
ATTO III - Carcere. Margherita stesa a terra su di un giaciglio di paglia, canticchiando e vaneggiando. Notte. Una lampada accesa inchiodata al muro. Un cancello nel fondo.
Erano le nove di un mattino azzurro e teso di vento di mare nel borgo di Vernazzola, nel cuore della Genova di levante. La stretta viuzza acciottolata di mattoni rossi, s’inerpicava ardita verso il Capo di Santa Chiara e, dalle finestre aperte sul vicolo, arrivavano i rumori di un’Italia onesta e parca, segnata da un dopoguerra difficili ma febbrile. Lilli scendeva veloce la scalinata e, mentre si avviava verso il “farinotto”, pregustava già la serata danzante che l’attendeva nella società operaia. In quell’Italia del ’51 che lavorava per rimettersi in piedi, c’era anche tanta voglia di divertirsi e le sale da ballo nascevano spontanee: anche a Vernazzola, in una fascistissima costruzione era nata, dalla voglia di un gruppo di giovani comunisti, musicisti intraprendenti, un ritrovo, detto Hotel, dove le famiglie si riunivano per ballare. Indossando l’abito migliore e le più avventurose speranze d’amore, nate dalle pagine di Liala e Grand Hotel, rigorosamente accompagnate dalle vigili genitrici, le ragazze frequentavano l’Hotel alla ricerca del loro Principe Azzurro. Lilli, 15 anni, magra ma formosa, occhi e capelli neri, pensava a quel giovane musicista che, la domenica prima, l’aveva fissata incessantemente per tutta la sera mentre suonava nella piccola orchestra. Ottavio, così si chiamava quel giovanotto che passava indifferentemente dal suonare contrabbasso e batteria all’attaccare i manifesti per le serate danzanti, come le avevano riferito le amiche Gina e Mariuccia, aveva 17 anni ma ne dimostrava qualcuno di più per la sua espressione seria e, cosa assai misteriosa, diceva di studiare canto. Che razza di lavoro potesse venir fuori da quello studio, per Lilli era un vero mistero ma, in quella mattinata di sole e di salsedine ventosa, non ebbe tempo neppure per chiederselo. Ferma in mezzo alla “creuza”, fissava incredula le pareti delle case, solitamente ravvivate sol dal verde delle persiane e dai vasi di “persa”e rosmarino, completamente tappezzate di manifestini sui quali spiccava un frase, neppure troppo sibillina:
“Questa sera dove vai?
All’Hotel e non lo sai!”
19 Agosto 1959 - 19 Agosto 2008
49 anni di matrimonio!