Per questi giorni uggiosi, ecco qualche consiglio utile per non annoiarsi:
Se non avete ancora pensato ai regali di Natale, vi consiglio di dare un’occhiata al sito di Emergency. Qui catalogo e modulo d’ordine.
Tra i blog che riaprono con un nuovo indirizzo, c’è quello di Giuba47. Chi, come me, lo frequentava, è lieto di questo ritorno!
Per chi vuole capire il mondo della lirica di oggi, ecco un’interessante riflessione di Amfortas, pubblicata su OperaClick: http://www.operaclick.com/pagpn/vrec.php?id=3526
Per chi, invece, ha voglia di leggere un divertente noir, ambientato a Genova, consiglio “Gianco amäo” di Enrico Ferrando.
Uno dei più grandi estimatori del dialetto genovese fu l’attore Gilberto Govi, che contribuì alla sua diffusione sia in Italia sia all’estero. Nelle sue commedie, egli incarnava il tipico carattere del genovese, ritroso, interessato ma attaccato caparbiamente alla famiglia e alla sua città.
In questa famosissima scenetta, nota come “Gasseta e pumellu”, tratta da “I marezzi pe’ maiâ ‘na figgia” lo si vede nella parte di Steva insieme al personaggio della moglie Giggia, l’attrice Rina Gaioni in Govi.
PICCOLO GLOSSARIO
Gasseta - asola
Pomello - bottone
“I marezzi pe’ maja ‘na figgia” – I maneggi per maritare una figlia
Steva diminutivo di Stefano
Gaggia – diminutivo di Luigina
Ghirindon – comodino dove era riposto solitamente il vaso da notte
Gassa – nodo, fiocco
Giponetto – gilet
Buon divertimento!
A proposito di quanto ho scritto nel post precedente (“La cura”), vi invito a vedere il documentario “Anam – il senzanome”. Si tratta dell’ultima intervista al celebre giornalista e scrittore Tiziano Terzani: sono 50 minuti indimenticabili.
Viste le recenti sortite, del noto duo comico Gelmini-Bossi, in materia di dialetto, credo di far cosa gradita a chi debba superare l’esame dialettologico (?) per gli insegnanti, o per chi voglia partecipare al prossimo Festival di Sanremo, iniziare un corso rapido di genovese.
Le lezioni saranno suddivise per argomento e, senza alcuna pretesa di carattere etimologico, cercheranno d’indirizzare l’allievo nell’ostico mondo del “zeneize” (genovese)
LEZIONE 1 – L'AMÔ (l’amore)
Iniziamo, oggi, con il sentimento principe, l’amore, e mettiamo subito in chiaro che il ligure, ritroso e poco incline alle smancerie, è poco avvezzo all’uso di questa parola e preferisce usare “ voeì ben” (voler bene). Rivelato il suo sentimento, la coppia cominciava a “fâ l'amô” (amoreggiare) con i primi approcci discreti, per passare poi a “leppegâ” (scambio di baci più focoso). Come diceva mia bisnonna Cesira, se il giovanotto nutriva speranze di matrimonio, si diceva “aveì ideà” (avere desiderio di accasarsi), ma, se la fidanzata non se voleva sapere, lo licenziava, con un lapidario “no occöre ciû ninte” (non occorre più nulla). Se il fidanzamento andava a buon fine, trovato un “scito” (appartamento), i due potevano “sposâ “ (sposare), con la “sposâ” (sposa) in abito bianco, e cominciare, volgarmente parlando, a “becciâ” (avere rapporti sessuali).
Dice il proverbio:
“Ammortôu o lûmme, tûtte e donne son pæge” (Spento il lume, tutte le donne sono uguali)
“Amô o no conosce mezûa” (L’amore non conosce misura)
“L'amô e a tossa no se peuan asconde” (l’amore e la tosse non si possono nascondere)
Curiosità:
Le note “maniglie dell’amore”, in genovese, si dicono, prosaicamente “cuìga”, che, tradotto letteralmente, sta per “cotenna”, spesso riferita al di maiale.
©Marina Garaventa