Stamani penso a tutti quelli che, vicini o lontani, stanno lottando contro una malattia. Non so se ci sono parole adatte per consolare, e io, comunque, non so trovarle.
“Aida” di G. Verdi – Atto I, “Celeste Aida” – Ottavio Garaventa
Registrazione dal vivo: Teatro Regio di Torino
RADAMÈS:
Se quel guerrier
Io fossi! se il mio sogno
S'avverasse!... Un esercito di prodi
Da me guidato... e la vittoria... e il plauso
Di Menfi tutta! E a te, mia dolce Aida,
Tornar di lauri cinto...
Dirti: per te ho pugnato, per to ho vinto!
Celeste Aida, forma divina.
Mistico serto di luce e fior,
Del mio pensiero tu sei regina,
Tu di mia vita sei lo splendor.
Il tuo bel cielo vorrei redarti,
Le dolci brezze del patrio suol;
Un regal serta sul crin posarti,
Ergerti un trono vicino al sol.
Celeste Aida, forma divina,
Mistico raggio di luce e fior, ecc.
FORZA RAGAZZI!

Tanto per sgombrare il campo da dubbi e luoghi comuni, diciamo subito che Frida parla! Sissignori, checché ne pensiate voi, vi posso assicurare che il regal cane-cavallo si esprime perfettamente, non solo con la coda, ma con la voce! Il suo repertorio varia dall’abbaio “rombo di cannone”, usato per incutere sicuro timore agli sconosciuti, al guaito “mugugno risentito”, usato quando mia madre rientra dalle sue brevi uscite, che Frida non approva mai, passando per il lamento “del cane disperato”, che mette in atto per elemosinare biscotti. Ultimamente, la gamma vocale si è arricchita di una nuova espressione: il “pigolio sommesso con invito al gioco”, emesso, per la prima volta, alla vista di Lucerito. Mi spiego: trattasi di coniglio bianco, peso 1,5 kg pelo compreso, nuovo inquilino di Villa Arzilla, giunto qua al seguito di Wilma e della sua famiglia. Lucerito abita al piano di sotto e, ovviamente, ha suscitato subito l’interesse di Frida che, ha iniziato subito un ferreo appostamento davanti alla porta di Wilma. E tanta costanza fu, al fin, premiata! grazie ad una fatale distrazione, Frida riuscì ad introdursi in casa ed ecco la scena che si presentò agli occhi terrorizzati di Wilma: Lucerito immobile e appiattito sul tappeto del salotto con Frida, annusante ed eccitata, che lo sollecitava al gioco con il suddetto “pigolio”. Allontanata Frida, il povero coniglio rimaneva immobile, nonostante allettamenti e carezze, per una mezz’ora buona tanto che, qualche bieco e malfidato personaggio, ha suggerito che Frida abbia “comunicato a Lucerito la sua intenzione di mangiarselo!
Vi terremo informati…….
© Marina Garaventa
Lei lo sapeva, lo sentiva e quella forza che lui voleva infonderle la innervosiva: preferiva, di gran lunga, il tocco mite e persino un po’ distratto di Giovanna. Giovanna non aveva pretese, l’accarezzava con calma senza trasmetterle quel tumulto d’emozioni che, invece, suo malgrado, lui le passava attraverso la pelle. Eppure le mani di lui erano esperte e calde, la toccavano nei modi e nei punti giusti, facendo scaturire miriadi di scintille dimenticate: lui era perfetto ma lei non lo sopportava. Lei, francamente, non capiva perché, improvvisamente, il tocco di lui le fosse diventato così ostile da farle, addirittura, preferire quello anonimo di Giovanna. Non si capacitava del perché, quando lui si avvicinava, suoi sensori avessero un moto di ribellione, spingendola, se avesse potuto, ad allontanarlo in malo modo. Lui, del resto, benché lei non potesse manifestarla in alcun modo, percepiva l’ostilità di lei e tentava, parlando con foga, di convincerla del contrario. Gli occhi di lei lo seguivano attenti mentre, il suo corpo immobile, non poteva ribellarsi: le gambe subivano quel massaggio sapiente, mentre lui parlava, parlava, parlava. Dalla sua bocca uscivano parole e pensieri affastellati e confusi, il loro passato si mescolava ad un impossibile futuro mentre, di tanto in tanto, una parola affiorava: camminare. E fu lì che lei capì.
Capì che quel massaggio paziente e solerte che suo padre le praticava quotidianamente, non era fatto, come quello dell’infermiera Giovanna, con il semplice scopo di alleviarle i dolori dell’immobilità, riattivare la circolazione delle sue gambe morte, e conservare quel residuo di sensibilità, ma aveva ben altro scopo. Nonostante il parere negativo di medici e fisioterapisti, nonostante ella stessa non si facesse, da tempo, più illusioni, lui, nel suo inconscio di padre continuava a sperare. Sperava di sentirla parlare, ridere, cantare, sperava di vederla passeggiare accanto a lui..
Sperava in un miracolo che, magari attraverso i suoi massaggi, la riportasse indietro nel tempo in una vita che, per lei, non aveva più senso.
Lui sperava ancora, lei lo percepiva e non lo sopportava.
© Marina Garaventa
A proposito delle badanti irregolari che, in base alle nuove leggi, dovrebbero essere messe il galera, doo aver, magari per anni, accudito i nostri anziani, 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, per la modesta cifra di 1500 euro, il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni, molto vicino alle posizioni di Umberto Bossi, ha affermato: “Che si assumano badanti italiane! Ce ne sono tante che vorrebbero fare quei lavori».
Ce le trova lui o portiamo tutti i nonnetti a casa di Bossi?
Sul tema dell’immigrazione e dei migranti, la documentarista Cinzia Bassani consiglia
“COME UN UOMO SULLA TERRA”
9 LUGLIO 2009
RAI 3 ore 23.40 (trasmisisone DOC3)
Un occasione di civiltà e informazione per tutta l'Italia.
Finalmente anche chi non poteva sapere ora saprà.
Chiediamo alle migliaia di persone che da oltre 6 mesi
sostengono il film, di diffondere ovunque la notizia:
con il passaparola, nei mezzi di informazione, via mail e
con il Volantino che potete scaricare sul sito del film:
http://comeunuomosullaterra.blogspot.com
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato due stelle che quando le apro
perfetti distinguo il nero dal bianco,
e nell'alto cielo il suo sfondo stellato,
e tra le moltitudini l'uomo che amo.
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il suono e l'abbecedario
con lui le parole che penso e dico,
madre, amico, fratello luce illuminante,
la strada dell'anima di chi sto amando.
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato la marcia dei miei piedi stanchi,
con loro andai per città e pozzanghere,
spiagge e deserti, montagne e piani
e la casa tua, la tua strada, il cortile.
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il cuore che agita il suo confine
quando guardo il frutto del cervello umano,
quando guardo il bene così lontano dal male,
quando guardo il fondo dei tuoi occhi chiari.
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto,
così distinguo gioia e dolore
i due materiali che formano il mio canto
e il canto degli altri che è lo stesso canto
e il canto di tutti che è il mio proprio canto.
Grazie alla vita che mi ha dato tanto.
La canzone fu scritta dalla cantante sudamericana Violeta Parra e riproposta, in italiano, da Gabriella Ferri.
Per una beffa del destino, sia la Parra sia la Ferri, che cantarono quest’inno alla vita, morirono suicide a seguito di una grave depressione.
Il cuore mio di figlia
sanguina e ognor sussulta:
da che gli occhi d’infante,
videro il volto giovane
dell’amato Re Padre,
dal roseo labbro mio
sgorgò tenero il nome
che oggi ancor risuona,
benché canuta lana
ammanti il regal capo.
Sia per mostrargli affetto
sia per mandarlo affan..
ognor ripeto ancora:
“Oh Papi!Oh Papi mio!” .
Ma omai, il dolce termine
non è foriero più
d’amabili consessi,
evoca solamente
truci nani asfaltati,
cavalieri pisellati,
donzelle fatturate e festini disgraziati.
Oh Papi, papi mio, come potrò chiamarti?
Si spegne il dolce nome,
sola s’alza una prece
chi mi ridà il mio Papi?
© Marina Garaventa