C’era una volta una farfallina bianca, che viveva felice con tanti amici.
Un giorno un bambino cattivo, per farle un dispetto, la buttò dentro ad un barattolo di vernice blu.
La farfallina, quando riuscì ad uscirne fuori, si accorse di essere diventata blu, volò alta nel cielo e il bambino cattivo non la vide più, perché era diventata dello stesso colore del cielo.
La bella farfallina blu volava triste e intanto le scendeva una lacrima dall’occhio.
Decise di chiudersi nella sua tana, perché nessuno la poteva più vedere e quindi non sapeva con chi giocare.
Dopo qualche giorno la farfallina decise di fuggire lontano da tutti, ma poi ci ripensò e disse: “E se mi dipingo il corpo di giallo, mi rivedranno!”
La farfallina andò in una casa a prendere della vernice e si dipinse ben bene di giallo.
Essa ricominciò a volare tutta felice e contenta. Prendeva il polline dai fiori, ci dormiva sopra e pensava: “Adesso finalmente tutti mi riescono a vedere!”
Più tardi la farfallina disse ai suoi amici: “Posso giocare?”
E loro le risposero: “Sì, certamente”.
Quando giunse la sera, la farfallina andò a dormire, si mise sotto le coperte e zitta zitta pensò: “Domani sarà sicuramente una giornata più bella di oggi!”
E si addormentò sorridendo.
Favola scritta dalla mia figlioccia Debora di 8 anni.
Ieri è morto Giovanni Nuvoli. E’ morto di fame.
Lo Stato ha impedito che venisse avvicinato da un anestesista che avrebbe potuto alleviare almeno le sue ultime sofferenze. Neppure gli esseri più immondi potrebbero concepire un’idea di stato che impedisce ad una persona, irrimediabilmente condannata, di poter scegliere tra il sospendere dolcemente le proprie cure o morire tra i patimenti più atroci.
Morto di fame, come se fossimo tornati ai tempi del Conte Ugolino, di dantesca e scolastica memoria, che ci faceva ridere perché troppo lontano dalla nostra mentalità e condizione. Non so quanti possano immaginare quale debba essere lo sforzo che, un essere vivente, deve compiere per rifiutare il proprio sostentamento ma vorrei proprio che, chi ha permesso e contribuito a che tutto ciò avvenisse, si soffermasse su queste parole: morto di fame.
Unica consolazione in questa paradossale vicenda e che, mentre Nuvoli moriva, è stato prosciolto il Dott.Riccio, l’anestesita che ha supportato Piergiorgio Welbi, nel suo ultimo viaggio.
Apprendo queste due notizie contrastanti dal primo telegiornale del mattino, del 24 Luglio, mentre sto avidamente bevendo il mio latte col biscotto granulare, come quello dei neonati.
Quanto dovremo aspettare per essere liberi?
© Marina Garaventa

All’Eccellentissimo e Nobilissimo Cavalier Don Chisciotte della Mancia.
Scrivo alla vostra amabilissima persona per ringraziarLa del di Lei coraggioso intervento che provocò il mio salvamento, liberando la mia anima afflitta dal terribile gigante, nomato Signore della Sofferenza, che mi teneva prigioniera nel suo castello di Savignone.
Ella, presentandosi a me sul suo leggendario destriero, invincibile nella Sua rilucente armatura, riuscì con amabile maestria, sagacia e ironia a fugare ogni dolore e patimento.
Caro, caro ed eroico amico, mai scorderò il suo splendido animo e il suo fulgido cuore.
La sua devotissima Principessa sul Pisello.
foto www.fogliarini.it
(qui, la prima puntata)
In data 10 Luglio 2007, ricevo questa lettera che trascrivo, omettendo i riferimenti personali:
Cara Marina,
credo di averti visto una volta o in fotografia ma ti conosco di persona ma perché ho letto un tuo libro e ………….. e sono stato anche a casa tua.
Sono finito casualmente sul tuo sito ed ho aprreso ciò che non sapevo...Ma ho notato che, nonostante tutto, tira un'aria di serenta incredibile.
Sarò davvero onorato se ti sentirai di fare un giro nel mio sito: www………… org
Se poi dovessi accettare di far parte di questra strana Compagnia, senza patria ma in comunione, chiamata a portare ossigeno nei contesti asfittici in cui ci capita di trovarci, avrai anche la possibilità di mettere a disposizione nostra e dei naviganti il tuo talento letterario ipersviluppato e brillante.
Ho aperto anche una rubrica un po' insolita: "Cattedra dei sofferenti". Faccio fatica a scovare e piazzare i docenti perché non li desidero scoppianti di salute per parlarci del dolore. Ma è pure difficile far parlare chi è nella prova.
Ho aperto anche un Ambulatorio al giovane medico San Riccardo Pampuri e vedo che c'è molta affluenza per due ragioni: non si paga il ticket e non serve la prenotazione.
Gli farò una telefonata per dirgli di passare da casa tua per un consulto. Intendo dire che io punto sempre sul miracolo...
Più d'una volta li ho visti visti in faccia e ormai ci credo.
Se vuorrai parlargli anche tu, questo è il telefono:
http://…………………………….. com/
Il mondo è grande ed è nelle nostre mani. Anche un microscopico semino di senape può diventare un albero. Io ti aspetto per le semine e ci conto molto. Naturalmente, seempre che dal Cielo ti giunga la vocina: "Buttati!"
Ciao, Marina, prego per te. E per i tuoi.
A.
Ecco la mia risposta:
Caro A. ,
ti ringrazio delle belle parole e dei pensieri che hai per me e per la mia famiglia. Ricordo benissimo tua moglie e conoscevo i suoi problemi di salute che, ho appreso con gioia, si sono poi risolti positivamente. Naturalmente ho subito fatto un giro nel tuo sito dove ho potuto costatare la tua fede e l’impegno verso chi soffre: purtroppo, però, devo dirti subito che non credo di essere la persona più adatta per collaborare con voi. Pur credendo in un Ente superiore, del quale riconosco i tratti fondamentali e i dettami, comuni in parte a tutte le grandi religioni, ho con Lui, in questo momento della mia vita, un rapporto di non belligeranza: sono cioè nell’attesa del momento in cui, al Suo cospetto, mi saranno chiarite tutte quelle domande che mi assillano dalla nascita. Non si tratta di quesiti che riguardano la mia condizione: nonostante tutto, mi considero una persona fortunata, in grado di godere ancora tante cose della vita, ma penso soprattutto a chi soffre nella guerra, nella fame e nell’abbandono. Io non prego ma testimonio la mia fede cercando di vivere serenamente questa prova e inneggiando alla vita e ai suoi prodigi con la comprensione e il sostegno verso chi si avvicina a me. Francamente ritengo che se l’Altissimo ha voluto infliggermi questa prova, ultimo colpo d una vita di sofferenza, ci debba essere un motivo, a me incomprensibile, e ritengo che, se lo vorrà potrà mandarmi quel miracolo che tu auspichi..Io, sinceramente, non lo aspetto né lo cerco perché sarebbe una contraddizione in termini: non posso immaginare che l’Essere Perfettissimo possa infliggere certi tormenti per poi revocarli a maggior gloria Sua. Chi mi ha dotata di quella sensibilità e intelligenza che tu lodi, credo esiga che io né faccia buon uso, interrogandomi e meditando sulla vita e sulle sue sofferenze, senza cercare fittizie consolazioni e spiegazioni fantasiose, ma lottando a testa alta e con cuore sereno.
Ti ringrazio in ogni modo della tua offerta e delle tue preghiere che testimoniano la tua compartecipazione ai miei problemi e che testimoniano la tua bontà.
Un abbraccio a te e a tua moglie, anche da parte dei miei.
Marina
( qui e qui le puntate precedenti)
Valentina si svegliò di soprassalto: non era più nella culla termica dell’ospedale e, quel primo cambiamento, la preoccupò. Tirò su col naso e avvertì un dolce odore di latte:
- Mamma in avvicinamento.. – pensò mentre Fulvia si sporgeva sulla culla.
- Ma che faccia… sembra preoccupata - notò, senza sapere che il nervosismo dipendeva dal suo arrivo a casa.
Un altro viso apparve sopra di lei:
- Papà! Si capisce che è papà dall’occhio sempre umido e dal continuo ripetermi che son bella. -.
- Starà comoda nella culla? – chiese Fulvia con voce ansiosa.
- Sarà meglio metterle una coperta? - rispose Stefano dubbioso.
- Ma son matti ‘sti due! Ragazzi, è il 6 Luglio! - gridò, col pensiero.
La culla era un comodo bocciolo di pizzi sulla cui sommità roteavano le solite api musicali attaccate a dei fili.
- Che musica insulsa - rifletté, ricordando la voce di Ivano Fossati che ascoltava quando era nella pancia della mamma.
- Che sballo …..La mia banda suona il rock… quella era musica . Questa fa dormire…” . Valentina sbadigliò, chiuse gli occhi e si addormentò.
Nella stanza buia entrò sinuosa la luce della luna che trovò la bimba placidamente addormentata e i due novelli genitori rigidamente appostati sulla sponda del letto. Come marines nella attesa dell’assalto, attendevano l’ora della prima fatidica poppata e del susseguente cambio di pannolino. Fulvia stringeva in una mano il pannolino e nell’altra la crema, Stefano, in maglietta e boxer verde pisello con orsetti rosa (tipico abbigliamento da neo-padre) brandiva il biberon di latte, rovente, senza accorgersi minimamente delle ustioni alla mano. La poppata era prevista per le 2 ma, pur mancando tre ore, non volevano arrivare in ritardo per non incorrere nel “cazziatone “ del pediatra. Tutti sanno, ovviamente, che i pediatri si dividono in 2 categorie: genere Montessori, che persegue l’allevamento in stile hippy, genere Kaiser che promulga l’allevamento militare. A questa categoria apparteneva il pediatra di Valentina e così, quando la sveglia scattò su 02, lo show ebbe inizio.
Stefano afferrò la piccola e le infilò il biberon in bocca: Valentina, ancora addormentata, rispose comunque al richiamo dell’istinto e, in un attimo, prosciugò il biberon.
- Finito! – urlò Stefano con la stessa enfasi delle cronache sportive di Galeazzi.
A quel punto, si doveva affrontare la fase ruttino: appoggiata la bimba alla spalla, il padre volenteroso cominciò a camminare per la stanza dimenandosi come un ballerino di Rio la sera di Carnevale. Sottoposta a quella specie di “shakeramento”, Valentina decise di fare il sospirato ruttino che, in verità, echeggiò come un boato nella notte.
- Pannolino! – ordinò Fulvia ripetendo mentalmente i dettami del Dott. Kaiser.
Girata e rigirata come una cotoletta, lavata e imburrata come un arrostino, nel tempo netto di 20 minuti, Valentina ritrovò la sua culla apprezzando persino la musichetta scema dell’alveare.
Fulvia e Stefano, stravolti ma felici, assonnati e imbrattati di latte e Fissan, si trascinarono fino al letto e, finalmente, caddero in un sonno profondissimo.
Valentina, guardando le api che, esaurita la carica, cominciavano a rallentare il loro volo, formulò un pensiero:
- Credo proprio che questi due mi daranno un sacco di problemi. –
© Marina Garaventa
N.d.r. Libero adattamento di una notte possibile.....
“…..Non so spiegarmi: ma certamente tu pure hai un'idea; sai come chiunque altro, che c'è o ci dovrebbe essere un'esistenza al di là di noi stessi? A che scopo sarei io stata creata se fossi interamente contenuta in me stessa? Le mie grandi pene in questo mondo sono state le pene di Heathcliff, e io le ho conosciute e le ho sentite tutte una a una dal principio; la sola ragione di vivere per me è lui. Se tutto il resto perisse, e lui rimanesse, io continuerei a esistere; e, se tutto il resto rimanesse e lui fosse annientato, l'universo si cambierebbe per me in un'immensa cosa estranea; non mi parrebbe più di essere una parte di esso. Il mio amore per Linton è simile al fogliame del bosco; il tempo lo muterà, ne sono sicura, come l'inverno muta gli alberi; il mio amore per Heathcliff somiglia alle eterne rocce che stanno sottoterra: una sorgente di gioia poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre, sempre nella mia mente; non come un piacere, come neppur io sono sempre un piacere per me stessa, ma come il mio proprio essere. Così non parlare più della nostra separazione: è impossibile, inglese dell.800 e...»
Ella si tacque, e nascose il volto nelle pieghe della mia gonna….”
Questo genere d’amore, devastante e passionale, ha nutrito la mia adolescenza e forgiato il mio ideale di rapporto di coppia. Il brano è tratto da uno dei capolavori della letteratura inglese dell’800: questo genere d’amore, devastante e passionale, ha nutrito la mia adolescenza e forgiato il mio ideale di rapporto di coppia. Il brano è tratto da uno dei capolavori della letteratura inglese dell’800: Wuthering Heights di Emily Bronte (1818-1848), che narra la lunga storia d’amore fra due personaggi titanici, Heathcliff e Caterina, che, pur amandosi, si dilaniano vicendevolmente per non soccombere alla loro passionalità. Il breve brano che ho voluto citare è quello che, alla mia prima lettura di quattordicenne, mi colpì talmente che, poco tempo fa, sono stata capace di ritrovarlo e ricordarlo subito in una rilettura dell’età matura. Non voglio né posso farvi una lezione di letteratura ma, da accanita lettrice, desidero condividere con voi una riflessione su questo romanzo.
Non si può leggere e comprendere "Cime Tempestose" se non si conosce l’ambiente in cui l’autrice ha vissuto la sua breve e tormentata esistenza: la casa del padre, ministro anglicano che crebbe i suoi sei figli con la rigida educazione metodista forgiandoli nel mito del sacrificio e dell’abnegazione al dovere. Unico svago, sullo sfondo della brughiera inglese colma di nebbie e di solitudine, lo studio e la scrittura: Emily e le sue sorelle, Charlotte e Anne, si dedicheranno a questo svago dando alle stampe poesie e romanzi. Di grande successo, specie tra i contemporanei, sarà il bellissimo Jane Eyre (1847) di Charlotte mentre il lavoro di Emily sarà definito “perverso” e privo di un fine morale. In realtà il romanzo non fa che riflettere le passioni e i desideri repressi di una donna, molto sensibile e colta, alla disperata e infruttuosa ricerca di una libertà, almeno di sentimenti, che, per timidezza e educazione, non aveva mai trovata. Libro, quindi, come riflesso di un’anima e, una volta dato alle stampe, come in un gioco di specchi, libro che, arrivato nelle mie mani, ha riflesso il suo contenuto di idee e passioni. Così, il suo riflesso ha abbagliato i miei occhi e il mio cuore, facendomi crescere nel mito di un amore che arriva a far annientare se stessi per il bene dell’altro: troppo tardi ho compreso che tutto ciò non esiste, che non è giusto annichilirsi nell’altro e sparire nella maggior gloria sua. L’amore, deve essere solare e sereno, deve vivificare e non scarnificare e, del resto, anche la Bronte, termina il suo racconto in una ricomposizione di un equilibrio positivo.
Io l’ho capito, forse un po’ tardi, ma ora Wuthering Heights me lo sono goduto ancora di più!
© Marina Garaventa