C’era una volta, in un paesino sulla costa ligure, un giovanotto chiamato Giovanni Battista detto Baciccia. Giovane onesto e gran lavoratore, egli era solo al mondo e riponeva tutti i suoi affetti tra gli amici della Società dei Pescatori dove passava tutte le sue serate, giocando a briscola e parlando di pesca. Una sera, mentre andava alla Società, incontrò l’amico Gustin:
- Baciccia, ho due biglietti per il piroscafo che parte stanotte per le Americhe. Vuoi venire con me? –
- Gustin, passo a salutare gli amici e vengo con te!-
- Non c’è tempo per i saluti, una volta arrivato a Nuova York, gli scriverai!-
Così fu ma, nonostante il suo pensiero corresse spesso alla Società, Baciccia non mandò mai quella lettera. Passarono tanti e tanti anni e, finalmente, ormai ricco e con una bella e numerosa famiglia, Baciccia decise di tornare a casa per ritrovare gli amici ai quali aveva sempre pensato. Caricati bagagli e regali su un aereo, col cuore pieno d’emozione, arrivò a Genova e, preso un taxi, si fece portare direttamente alla Società. Con l’animo in festa, già pregustava la gioia di rivedere gli amici, già immaginava il loro stupore, la loro ammirazione e sorrideva all’idea di quel po’ d’invidia che avrebbero provato nel vederlo arrivare in taxi, carico di bagagli e di ricchezze. L’auto si fermò davanti alla porta, Baciccia sentì il suo cuore battere a mille e, nonostante il peso e il numero dei colli, senza sforzo, aprì la porta ed entrò sorridendo. L’atmosfera fumosa del locale lo avvolse mentre il brusio delle voci si confondeva col tintinnio dei bicchieri colmi di bianco.
- Amici…- disse con voce rotta dall’emozione.
Tutte le facce si voltarono verso di lui, tutti smisero di bere e il silenzio cadde improvviso mentre i volti grinzosi e cotti dal sole celavano, duri, ogni emozione. Poi, come spinto da una forza collettiva, uno si alzò e disse:
- Oh, Baciccia, stai partendo? –
Morale: piuttosto che dar soddisfazione ad un amico, un ligure si fa tagliare le palle.
- Rina, Rina, dorme?
- No, non dormo ma mi riposo, per sempre.
- E’ vero, scusi. Sua figlia me l’ha detto ma, a certe cose, non ci abitua subito. Quando sono arrivata mi pareva di vederla sulla porta della cucina, sorridente come il solito. Come mai se n’è andata, così all’improvviso?
- Ero stanca di tutti i miei malanni e poi, quel morbo che mi portava via i pensieri, i ricordi e gli affetti mi aveva proprio stufata. Ora sto meglio e, finalmente, rivedrò mi marito che non vedo da tanti anni, da quella notte dell’incidente. Ero stanca, stanca….
- La capisco però sua figlia soffre, lo sa?
- ‘A Fulvia ca no faxe ‘a sciolla!* Non deve disperarsi per me. Ho fatto bene i miei conti: ora lei ha chi la ama, avrà presto la sua bambina e io ho finito il mio compito. Finché era sola ho tenuto duro ma ora non ha più bisogno di me e posso andare. Così potrà dedicarsi alla sua famiglia.
- Giusto ragionamento, però Fulvia è testarda. Pensa di non aver fatto abbastanza per lei e si rammarica che non possa vedere la bimba che nascerà fra poco…
- Ma che testa…. Come suo padre! Per me ha fatto tutto quello che una figlia può fare per una madre, forse anche di più. Per la bambina, io la vedrò, da lassù. Non l’ho portata a messa tutte le domeniche perché credesse in una vita dopo la morte? E poi, lei è parte di me e io pure son parte di…. Come la vuol chiamare?
- Valentina…
- Ecco, Valentina…mi piace.
- Scusi Rina, lo so che sembra irriverente ma ieri, quando è successo, mi son venuti alla mente i suoi taglierini fatti a mano, col sugo di “maxin”, i funghi di maggio che aveva raccolto suo figlio. Aveva impastato, apposta per me, quei taglierini sottili e li aveva conditi col sugo di quei funghi che io non avevo mai mangiato. Me li ricordo ancora e mi dispiace che Valentina non possa mangiarli.
- Anche ti comme mae figgia!** I taglierini me li ricordo ma ho insegnato a Fulvia ad impastare e a fare il sugo e Silvio continuerà a portarle i funghi, così potrà farli anche alla bambina e parlarle della sua nonna. Nulla va perduto se c’è stato amore e l’affetto che darà alla sua bambina sarà un po’ anche mio.
- Ha ragione Rina. I nostri sono i discorsi piccoli e disperati di chi non sa, i suoi sono quelli di chi ha già capito e visto tutto. Sa cosa faccio? Vado di là e lo dico a Fulvia e a Silvio.
- Brava, dighelu e…. salutimeli.*** Ciao
- Ciao Rina…. Buon riposo.
*‘A Fulvia ca no faxe ‘a sciolla = Fulvia non deve fare la sciocca
** Anche ti comme mae figgia= anche tu come mia figlia
*** Brava, dighelu e…. salutimeli= Brava, diglielo e salutameli.
© Marina Garavent

Sua Altezza Serenissima
La Principessa Sul Pisello
Blog’s Birthday
Ha deciso di conferire ai
Suoi Blog’s-Amici
Tale carica conferisce ai Cavalieri l’assegnazione di un
Feudo
Sul quale saranno
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..mEnTe DiStoRtA - Feudo della Farfalla
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Addì 15 Maggio 2007
La prima volta che lo incontrai fu nel 1976, a Washington durante la tournè del Teatro La Scala per i festeggiamenti del Bicentenario degli USA. La Scala portava negli Stati Uniti, per 40 giorni, circa 400 persone per allestire 4 opere da rappresentare nelle 3 città simbolo dell’indipendenza americana: Washington, New York e Filadelfia. L’occasione era ghiotta e anch’io m’imbarcai sull’aereo che portava i miei in quella prestigiosa tournè durante la quale mio padre avrebbe cantato ne “Messa da Requiem” e nel “Macbeth” di G. Verdi.
Conoscevo a memoria la prima e poco o nulla sapevo del secondo che, nel fasto gigantesco del Kennedy Center Theatre, m’impressionò per la sua potenza musicale e per la primordialità quasi bestiale degli istinti messi in scena. “Macbeth” o Macbetto, come lo chiamava affettuosamente Verdi, vide la luce nel 1847 ma l’edizione definitiva si ebbe solo nel 1865, e alla sua stesura contribuirono ben 2 librettisti: Francesco Maria Piave e A. Maffei riuscirono, con molta fatica, a ricalcare quasi perfettamente il testo shakesperiano. D’altra parte, Verdi, definito dalla critica il più grande drammaturgo italiano, aveva una grande passione per Shakespeare, che chiamava confidenzialmente “papà Guglielmo”, tanto che trasse, dalle sue tragedie, altri 2 dei suoi capolavori: ”Otello” e “Falstaff”. “Macbeth” è il primo approccio del musicista alla grande drammaturgia e, benché l’opera risulti ancora fortemente vincolata ai canoni del primo ottocento, con brani chiusi e rigidamente legati alla tradizionale suddivisione (recitativo/aria/cabaletta), Verdi riesce con una musica potente e con un notevole scavo dei personaggi, raro per il melodramma del tempo, ad avvicinarsi molto al suo idolo inglese. Così come Shakespeare, crea personaggi potenti e nettamente suddivisi in due schiere, ben caratterizzate anche musicalmente: i buoni (Banco, Macduff e Malcom) cantano con tono patetico e intimo, i cattivi (Lady Macbeth e Macbeth) si esprimono con toni cupi e improvvise cabalette quasi rabbiose. Su tutti troneggia la figura della perfida regina che ebbi la fortuna di ascoltare dalla voce di Shirley Verrett nell’edizione del Bicentenario con Piero Capuccilli, Nicolaj Ghiaurov e con la direzione di Claudio Abbado. Qui potete ascoltare, dalla voce quasi beluina della Verret, la romanza “Vieni t’affretta..” nella quale Lady Macbeth prepara il piano per coinvolgere il marito nell’omicidio del re.
Atrio nel castello di Macbeth che mette in altre stanze.
Lady Macbeth leggendo una lettera.
LADY
"Nel dì della vittoria io le incontrai...
"Stupito io n'era per le udite cose;
"Quando i nunzi del Re mi salutaro
"Sir di Caudore, vaticinio uscito
"Dalle veggenti stesse
"Che predissero un serto al capo mio.
"Racchiudi in cor questo segreto. Addio.
Ambizioso spirto
Tu sei Macbetto... Alla grandezza aneli,
Ma sarai tu malvagio?
Pien di misfatti È il calle
Della potenza, e mal per lui che il piede
Dubitoso vi pone, e retrocede!
Vieni t'affretta! Accendere
Ti vo' quel freddo core!
L'audace impresa a compiere
Io ti darò valore;
Di Scozia a te promettono
Le profetesse il trono...
Che tardi? Accetta il dono,
Ascendivi a regnar.
SERVO
Al cader della sera il Re qui giunge.
LADY
Che di'? Macbetto È seco?
SERVO
Ei l'accompagna.
La nuova, o donna, è certa.
LADY
Trovi accoglienza quale un re si merta.
LADY
Duncano sarà qui?...qui? qui la notte?...
Or tutti sorgete, - ministri infernali,
Che al sangue incorate,- spingete i mortali!
Tu, notte, ne avvolgi - di tenebre immota;
Qual petto percota - non vegga il pugnal.
(c)Marina Garaventa