Ogni tanto, tornano i miracoli: le madonnine piangono, gli infermi camminano, i tumori spariscono. Io, francamente, non ho alcuna opinione in merito: non ho, probabilmente, una fede così forte da accettarli ma non sono nemmeno così positivista da escluderli. Quello che è certo è che non ne invoco e non ne aspetto. Spesso, amici e conoscenti mi portano santini, acque miracolose e mi informano delle loro preghiere per perorare la mia guarigione: io ringrazio per il pensiero che attesta il loro affetto e, poi, archivio acque e santini in un apposito armadietto. Qualche giorno fa, in un telegiornale, ho sentito la storia di un bambino di sei anni: affetto da una grave malattia neurologica e costretto su una sedia a rotelle, era stato giudicato inguaribile dai medici ma, dopo una visita ad un famoso santuario italiano, ha ripreso a camminare. Io non so se si tratta di miracolo o d’errore diagnostico ma, vista la mia esperienza, potrei tranquillamente dire di essere stata pluri-miracolata: non basta, infatti, una mano per contare le volte in cui, illustri clinici, mi hanno data per spacciata. Vi risparmio i particolari ma ricordo solo che, poche ore dopo la mia nascita, mia madre fu, garbatamente, avvisata che sarei morta in poche ore o sarei vissuta come un vegetale. Da quel momento, tutto il reparto, del famoso ospedale genovese, si disinteressò di me e dei miei giovanissimi genitori che, per fortuna (miracolo?), mi portarono a casa dove, le battagliere e indomite nonne, mi “tirarono fuori” da quel casino con cucchiaini d’acqua zuccherata, latte e caffè. Basterebbe questo per definirmi un caso d’inspiegabile sopravvivenza ma, a me, piace molto di più guardare la cosa da un altro punto di vista. Miracolosa è stata certamente la presenza di una famiglia instancabile nella lotta, l’incontro con medici (pochi ma determinati) che mi hanno trattato come un essere umano e non come un numero, la vicinanza di un uomo generoso e ottimista, la presenza d’amici sinceri.
Questi sono i miei miracoli e, per questi, non servono né acque, né santini: serve solo amore.
© Marina Garaventa
Se vi volete divertire con un gioco/concorso che stimola inventiva e fantasia, andate nel blog di Brugue e partecipate a: «Allunghiamo la vita ai libri, brevi capitoli per continuare a sorridere». Citando Brugue, ecco di cosa si tratta: “…prolunghiamo la vita dei libri. Aggiungiamo un capitolo. Una breve appendice. Assolutamente fantasiosa. Giocando e non prendendosi sul serio. Per far questo sono aperte le iscrizioni. …Per iscriversi inviare l'email a Brugue e Quantestorie: brugue@interfree.it e quantestorie@interfree.it. Che cosa si vince? Una bella pacca sulla spalla e la pubblicazione sul blog di Brugue….
Io ho già inviato il mio pezzo e Brugue lo ha già pubblicato. Si tratta della seconda parte della favola “La Principessa sul Pisello" di H. C Andersen. Se non vi ricordate la vicenda, fatto gravissimo trattandosi della mia augusta persona, cliccate qui.
Questa mattina,nel blog di Raf ho trovato un omaggio a Joe Sentieri. Nei commenti, però, molti non lo ricordavano. Qui, qualche notizia e qui la sua canzone più nota. Un’altra voce di Liguria che se ne va. Ciao Joe

Rudy, mastino napoletano
Ecco il dritto di Casella,
Rudy Bing,
arrivato fresco fresco
da SingSing.
Egli ha avuto da bambino
Al Capone per padrino
e sua madre lo allattava
a whisky e gin.
Viva il dritto di Casella,
Rudy Bing,
che sparando la pistola
fa lo Swing.
Lui con "Jimmi lo sfregiato"
sette polli s'è mangiato
nello spazio limitato
di un mattin.
Coro:
Ragazzi mamma mia che spago
quando per Casella
scende a passeggiar.
Ragazzi bravi sorridete
se lo disturbate
certo morderà.
Ecco il dritto di Casella,
Rudy Bing
che d'estate va in vacanza
giù a Sing Sing.
Se lo vede Frida in piazza
quella lì diventa pazza
perché Rudy tiene o' fascino latin.
liberamente ispirato a "Il Dritto di Chicago" diFred Buscaglione
Da "Il SecoloXIX" di oggi:
MADRID. Inmaculada ha scelto di morire e l’altra sera le è stato staccato il respiratore automatico che la teneva in vita da 10 anni, da quando una distrofia muscolare l’aveva inchiodata al letto.Ma per il suo ultimo viaggio,la donna di 51 anni, diGranada, èstata trasferita dalla clinica religiosa San Rafael, che per tutto questo tempo è stata la sua casa, a un ospedale pubblico. E non perché imedici della congregazione di San Juan de Dios, che dal primo momento hanno rispettato la sua scelta “corretta edaccettabile”, promettendole di accompagnarla fino alle fine, avessero cambiato idea. A favore del suo “rifiuto del trattamento medico” si erano espressi, per la prima volta in Spagna, anche il consiglio consultivo di consulenza legale della Giunta dell’Andalusia e il comitato autonomodietica. Ma Inmaculada non ha Potuto morire nel luogo in cui è stata assistita negli ultimi dieci anni. «La decisione non è venuta dalla congregazione che gestisce la clinica, che si è comportata in maniera esemplare, ma da Roma, dal Vaticano», ha rivelato il presidente della Giunta dell’Andalusia, il socialista Manuel Chavez. Chavez ha respinto le critiche per il “sì” dato per la prima volta dall’autorità regionale a staccare la spina. «Non si è trattato di eutanasia ma di un rifiuto all’accanimento terapeutico – ha spiegato – e la prova è nel fatto che gli organismi etici hanno considerato il caso di Inmaculada alla luce della Legge di Autonomia del paziente, che è norma nazionale». Da parte sua, il ministro della Sanità Elena Salgano ha detto di rispettare la decisione, evitando però di entrare nel merito.Per i socialisti il caso che ha commosso la Spagna al pari di quello del tetraplegico Ramon Sampedro, raccontato nel film “Mare dentro” non riapre il dibattito sulla depenalizzazione che, ribadiscono, non è nel programma della legislatura. L’arcivescovo di Toledo, Antonio Canizares, vicepresidente della conferenza episcopale ed esponente dell’area più oltranzista, parla di «eutanasia o suicidio assistito, che la chiesa non può accettare». Ma la polemica investe anche la sinistra, dove Isquierda Unida insiste perché venga discusso il progetto di legge sulla depenalizzazione dell’eutanasia. «La chiesa evidentemente può accettare l’eutanasia solo se il respiratore
viene staccato altrove», replica l’Associazione per il Diritto a morire degnamente, che critica “l’ipocrisia” di aver indotto i medici che avevano in cura la paziente«a fare il loro dovere contro l’accanimento terapeutico da un’altra parte». «Per essere liberi bisogna lottare, e voi dovete continuare a farlo perché le persone nelle mie condizioni possano avere una morte degna».Sono le ultime parole che Inmaculada, che voleva essere ricordata come“la guerrera”, ha affidato ai suoi familiari ed amici che le sono stati vicini nelle ultime ore. «Era serena», raccontano. I medici l’hanno sedata per evitarle
ogni sofferenza. Alla macchina, aveva ripetuto Inmaculada prima di morire, non ci si può abituare. «La gente non capisce lamia sofferenza, perché nonla vive». La sua sofferenza, come quella di Jorge Leon, il pentaplegico che cercò nella Rete e trovò risposta alla sua supplica di una dolce morte. O come quello di Madeleine, una sessantanovenne francese residente ad Alicante, sofferente di una grave malattia degenerativa, che ha scelto di morire. O come Giovanni Nuvoli, il “Welby sardo”, anche lui come Piergiorgio attaccato a un ventilatore automatico, alimentato artificialmente, impossibilitato a parlare e costretto a comunicare attraverso un sintetizzatore vocale. Anche lui, come Welby che considera il suo compagno di viaggio, vuole porre fine alla sofferenza, ma vuole decidere di farlo nella sua casa, ad Alghero. Solo che la legge non glielo consente.
PAOLA DELVECCHIO
Lettera
Qualche giorno fa il mio medico di base, mi ha chiesto, sulla base dell’intervista fattami da “Il Secolo XIX, ancora la mia opinione per citarla durante una conferenza sul tema “EUTANASIA E ACCANIMENTO TERAPEUTICO”. Ecco la mia risposta:
Caro Doc, ti mando l'articolo del Secolo XIX (qui, del 2 ottobre 06), in formato testo, così lo puoi leggere senza dover ricorrere a particolari programmi. A quel che ho detto nell'intervista vorrei aggiungere alcune cose che ho maturato a seguito della conclusione della vicenda Welbi. Naturalmente ho seguito con interesse dibattiti e discussioni e, purtroppo, ho sentito dire anche tante "belinate" sull'argomento: la frase che più mi fa andare in bestia è quella che ripetono politici, medici e cardinali che dicono "io capisco la situazione e la sofferenza dei malati come Welbi". Balle, magari dette in buona fede ma balle. Nessuno, neppure io, può capire la sofferenza di una persona che non può più comunicare e avere una minima vita di relazione.
Parliamoci chiaro: i malati come me sono già morti! Sono morti il giorno in cui il loro corpo ha "deciso" di smettere di funzionare e hanno ricevuto dalla tecnologia, che io ringrazio sentitamente, l'abbuono, il regalo di un prolungamento dell'esistenza. Ma come tutti i regali, anche questo vuol essere contraccambiato con merce altrettanto preziosa: una sofferenza fisica e morale che solo una gran forza di volontà può sopportare. Nel momento in cui il gioco non vale più la candela il paziente deve poter decidere quando e come staccare la spina. Lo stato deve garantire la miglior vita possibile a questi malati, tramite assistenza, supporti tecnologici e contributi ma non può arrogarsi il diritto d decidere della loro vita sulla base di astratti principi etici, molto validi per chi si sta col culo su un bel salotto, diventano assai stucchevoli quando si sta nel piscio.
Capisco la perplessità di certi medici e lodo la sensibilità che hai dimostrato nel chiedere il parere di una tua paziente direttamente interessata ma, benché io non abbia mai pensato a staccare la spina mi batterò, parafrasando Voltaire, perché chi vuole lo possa fare in piena libertà. Te lo dice una che ha una bella famiglia e un'assistenza perfetta sotto ogni aspetto e che, nonostante, l'inqualificabile condotta della Chiesa Cattolica Romana, è sicura che ora Welbi riposi in pace nell'infinita misericordia di Dio.
Scusa la tiritera ma mi hai stuzzicato nel vivo.
Certa che, se mi citerai, lo farai obiettivamente, ti mando un forte in bocca al lupo!
Alzi la mano chi non si è mai innamorato di un attore, di un cantante o, addirittura, di un fumetto! Nessun si muove… La generazione degli anni '30-'40 spasimava per i divi del cinema: mia madre sognava “Robert Micciun” (versione italianizzata di Robert Mitchum) e mio padre vide sette volte “Per chi suona la campana” con Ingrid Bergmann. Poi, nel ‘54 la tv entrò nelle nostre case e i cuori di tutti presero a battere per nuovi volti: c’èra chi amava, Mike Buongiorno, Pippo Baudo, Alberto Lupo, Gianni Morandi e Massimo Ranieri. Io, bambina precoce e abituata a “melodrammizzare” ogni evento della vita, m’innamoravo dei personaggi e ne facevo dei veri compagni di giochi. Bardata con gli abiti di scena, smessi dalla zia soprano, agghindata con collane, braccialetti e, ovviamente, corona, giravo per casa con l’espressione da eroina dal cuore spezzato da amori impossibili e, sempre, contrastati. Ricordo che un giorno, dovevo avere cinque anni, affacciata alla finestra della sala, accanto alla bisnonna Cesira, inscenai la straziante scena dell’addio con tanto di lacrime (finte) e fazzoletto sventolante. La bisnonna, eterna vittima di quelle sceneggiate, assisteva alla scena come una buona fantesca. Mentre io mi scioglievo in lacrime, passò una vicina che, colpita da tanto strazio, chiese cosa stesse accadendo. Cesira, bravissima a tenermi bordone, rispose mesta: “ Sta salutando il suo fidanzato... Zorro!”
Ebbene si: il mio primo grande amore fu lui! Quello della Disney interpretato da Guy Williams (al secolo Armando Catalano, d’origine italiana), quello in bianco e nero, non colorato, ritoccato e ridoppiato.
Lo Zorro del mio cuore era questo….
Purtroppo però bambina focosa e passionale, potendo incontrare il mio idolo solo la domenica pomeriggio, durante il programma “Il club di Topolino”, mi restava tempo, durante la settimana, per coltivare una tresca con il tenebroso Adam (al secolo Perneel Roberts) dei famosi Bonanza. Ma se il mio amore per Zorro resta immutato, quello per il Bonanza è parecchio sbiadito, facendolo apparire come un insipido “pannellun”, termine genovese di derivazione gastronomica (panella = castagnaccio) che indica una persona pesante e di poca sostanza.
Asoltate e ricordate ….
Continua…..
© Marina Garaventa
Grande scoperta in campo medico
riconosciuta la
S.P.S. Sindrome Post-Sanremo o Sindrome di Pippo

La malattia si ripresenta annualmente, nel periodo Febbraio-Marzo, e si manifesta con i seguenti sintomi: rintronamento uditivo, insofferenza ai miagolii canori, prurito da stecche, e rimbambimento cognitivo. Nei casi più gravi (vd foto) si può notare la crescita di fiori sul cuoio capelluto. La S.P.S., se trattata opportunamente, è reversibile. Trattamenti consigliati: musicoterapica con brani di jazz, lirica, sinfonica, astensione completa dalla frequentazione di Baudo e Del Noce, trattamento con diserbante al cianuro per eliminare fiori e foglie dal cuoio capelluto. In caso di nuova esposizione al Festival, i sintomi possono ricomparire ed è pertanto allo studio un vaccino utilizzando il ceppo Bacillus Pippae. Per informazioni: Pia Università San Remo e Romolo.