Sono giorni che mi frulla in testa, che appare e scompare, che mi porta indietro di 30 anni e che non vuole, in un modo o nell’altro essere messo sulla carta. L’autobus numero 15 correva verso Nervi e, tutte le mattine, portava al lavoro il Commissario di Polizia Antonio Esposito ucciso, il 21 giugno 1978 dalle Brigate Rosse, mentre scendeva dal bus. L’autobus numero 15 correva verso Nervi e finita la scuola, quasi tutte le mattine, io lo prendevo per andare al mare. L’ora non combinò, per fortuna e, anche quel giorno, passai una giornata di svago insieme agli amici: non esistevano, allora, telefonini e computer che potessero informarci, e, solo il tg della sera mi mostrò, nell’insulso formato tessera, il viso dell’ucciso. Quel volto non mi diceva nulla ma il pensiero che, magari per un soffio, avevo evitato l’incontro con lui e con i suoi assassini, mi diede un brivido, un sommesso tremore interno che, per qualche giorno, mi fece esitare un attimo prima di agguantare il “15” che mi portava ai bagni. Fu cosa di pochi giorni perché, negli anni di piombo, non ci si poteva permettere d’avere paura. Eravamo abituati: abituati ai rapimenti, alle gambizzazioni, alle uccisioni, ai volantini, alle stragi, alle bombe sui treni e nelle piazze, alle sigle più improbabili inneggiati alla lotta armata di destra e di sinistra.
Genova poi, si sapeva, era uno dei punti di riferimento della lotta armata contro lo stato e, in una città così piccola, in fondo, ci si conosce tutti: Guido Rossa, sindacalista ucciso dalle BR nel gennaio del ‘79 del frequentava la spiaggia dove andavo io e sua figlia, oggi senatrice, faceva parte della mia compagnia. La notizia della sua morte arrivò presto, mentre ero a scuola e, la suora che c’informò, Dio la perdoni, aggiunse: “Un comunista in meno…” A questa battuta non mi sono mai abituata.
Oggi ritornano i volantini, i kalashnikov e le P38 nelle mani di ragazzetti che non erano neppure nati quando noi, ogni giorno, ci chiedevamo: “A chi toccherà, oggi?”. Noi conoscevamo a menadito nomi e luoghi e avremmo potuto recitare a memoria una litania di morte: Sossi, Coco, Montanelli, Italicus, Piazza della Loggia, Curcio, Moretti, Fioravanti, Moro. Nomi e immagini che si affollano di nuovo nelle nostre teste “abituate” ma che, per loro, sono solo ideali fantasmi che, forse, nessuo ha saputo o voluto raccontargli.
© Marina Garaventa

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Un post dell’amico Brugue mi ha fatto tornare alla mente n giorno di tanti anni fa….
La piazza del tribunale era vuota ed assolata in quella giornata d’agosto e, come ogni giorno, ci stupivamo di quell’angolo di Spagna racchiuso tra le mura di Finalborgo. Così lontano dal movimento del lungomare, ancora poco sfruttato turisticamente, sovrastato dai ruderi del castello, l’antico borgo conservava il suo carattere ritroso tipico dei liguri e, quando io e P. domandammo dove poter mangiare qualcosa, ci fu ruvidamente risposto: “Da ‘a Rina…basta ca ve ne daghe!” che, voleva avvisarci evidentemente del carattere riottoso e poco disponibile della padrona. Un po’ preoccupati ci ritrovammo così davanti ad una piccola signora che gestiva con cipiglio un vecchio bar-trattoria, che si apriva sulla gran piazza del tribunale. La donna ci squadrò da capo a piedi e s’informo sui motivi del nostro soggiorno:”Sono il pittore che espone nei Chiostri di Santa Caterina e questa è mia moglie”. La risposta di P. non suscitò un grande entusiasmo, confermando il tipico pregiudizio verso gli artisti, ma, forse rabbonita dalle nostre giovanissime facce pulite, con un grugnito ci apostrofò: “Va ben … ma se mangia quello che digu mi e se paga subito!”. Ci spinse così dentro il suo antro e ci fece accomodare… in cucina! La trattoria era infatti composta di un unico ambiente che era una normalissima cucina, come se ne vedevano in tutte le case negli anni’60, nella quale erano stipati sei tavolini da due posti l’uno. Ai fornelli stava la Rina che, spignattando, ammoniva avvocati, giudici, questori e poliziotti affinché mangiassero in fretta per lasciare il posto a quelli del secondo turno. Sembrava di essere all’asilo, con la cuoca severa che tiene a bada i pargoli, controllando che mangino a sufficienza e non si macchino il grembiulino. Scolata la pasta, di un unico formato, la Rina chiamava i suoi “bimbi” col solo cognome e chiedeva:”Rossa, verde o mista?”. Arrivata al nostro tavolo e vista la nostra faccia perplessa, l’arcigna Nonna Papera si senti in dovere di spiegarsi: “ La pasta rossa è condita con la salsa di pomodoro, la verde è col pesto e la mista è condita con pesto e pomodoro insieme. L’ho inventata io ed è buonissima!”. Naturalmente l’affermazione non ammetteva repliche e decidemmo subito per la mista che, nei seguenti 15 giorni di mostra, divenne il nostro unico sostentamento insieme al secondo, a sorpresa, che la Rina offriva con il suo modico prezzo uguale per tutti. Per onestà devo dire che, dopo quel primo incontro, la Rina si ammorbidì parecchio arrivando, persino, a versare una lacrima, il giorno della nostra partenza.
© Marina Garaventa
Ieri sera la Rai ha trasmesso il film dedicato a Marco Pantani: il lavoro mi è piaciuto e, appassionata da sempre di ciclismo, me lo sono letteralmente “bevuto”. Su Pantani si è detto fin troppo e non voglio unire la mia voce alle altre, e così, per non pensare alla sua fine, mi sono distratta giocando ad elencare, nella mia testa, tutti i soprannomi di grandi ciclisti che riuscivo a ricordare. Nel ciclismo,infatti, i grandi hanno un soprannome che deriva dalle loro caratteristiche atletiche o umane, anche se non tutti sono riusciti ad infiammare le folle di appassionati e i giornalisti tanto da entrare nella storia con un nome diverso da quello anagrafico: mancano, infatti, nell’araldica di questi cavalieri a due ruote, nomi come Gimondi, Motta, Moser e Bugno. Chiedersi perché sarebbe inutile perché queste storie appartengono più al cuore che alla testa. Terminato il mio elenco mentale, ho voluto verificarlo nel web ed ecco, in ordine di anzianità, i risultati della mia breve ricerca.
Learco Guerra era detto “La locomotiva umana”;
Fausto Coppi era, notoriamente, il “Campionissimo”;
Gino Bartali era chiamato per il suo brusco carattere toscano, “Ginettaccio;
Eddy Merck era il “Cannibale” insaziabile di vittorie e detentore di un’infinità di record;;
Claudio Chiappuccci era diventato “El diablo” dopo una vittoria in America meridionale;
Marco Pantani, con la sua bandana, era il “Pirata;
Mario Cipollini, per la prestanza fisica e aggressività nello scatto, era il “Re Leone”;
Ma veniamo a chi è ancora in sella:
Gilberto Simoni detto, semplicemente “Gibo”;
Damiano Cunego è il “Principino” di Verona;
Paolo Bettini, piccolo e scattante, dicesi il “Grillo” livornese;
Paolo Savoldelli, spericolato in discesa, è soprannominato il “Falco”;
J.E. Gutierrez Catalana è il “Bufalo”;
Ivan Basso, vincitore del giro 2006, e…”Ivan il terribile”!
La lista potrebbe continuare e altre informazioni le potrete trovare sul sito www.museociclismo.it
Visto il grande successo riscosso dalla lettera della Veronica per il Silvio, ecco un comodo fac-simile che può essere utilizzato e personalizzato da tutte le signore che vogliano chiedere pubbliche scuse per eventuali torti subiti da mariti/conviventi/fidanzati.
Caro (inserire nome del partner),
dopo (inserire numero) anni di vita dedicati a te, a tua madre, ai tuoi fratelli, alle tue sorelle, al tuo lavoro, alla tua casa e ai nostri figli (inserire i nomi dei figli o, in mancanza di prole, quello di cani/gatti/criceti; non sono validi pitoni e iguane) ti scrivo perché mi sono stufata delle tue fisime e, non volendo più passare per la donna delle pulizie, esigo da te pubbliche scuse per i seguenti torti subiti:
(inserire i torti subiti; in mancanza di idee, ecco alcuni suggerimenti)
1) in data……….., invece di prepararmi, come richiesto, spaghetti aglio/olio mi hai preparato la minestrina primavera;
2) in data…………, invece di indossare i boxer con le paperelle, da me regalati, hai messo le mutande di lana, fatte ai ferri da tua madre;
3) in data…………, hai mandato fuori il cane, sotto la neve, e te lo sei dimenticato;
4) in data………., hai portato la bambina al Luna Park e te la sei persa;
5) in data 14 Febbraio……, invece di portarmi un collier di diamanti mi hai regalato una collana di salamini;
Per tutti questi e per altri 1000 motivi, che tralascio per carità cristiana, pretendo pubblico atto di contrizione da espletarsi entro e non oltre (inserire la data) a mezzo stampa.
Firma(con eventuale nomignolo)
Si consiglia l’invio a quotidiani, riviste di settore, bollettini parrocchiali e giornalini scolastici.
Valido per coppie etero, omo e marziani.
Per un servizio personalizzato potete rivolgervi alla principessa DEL pisello!
© Marina Garaventa