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Utente: Princy60
Nome: Marina
Sempre attiva ed entusiasta della vita, dal 2003 sono attaccata ad un respiratore che mi tiene in vita. La mia esistenza è cambiata totalmente ma il mio spirito no. Vivo in simbiosi col mio pc che mi fa parlare, lavorare e, soprattutto,comunicare.

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Una vita vissuta pericolosamente
lunedì, 30 ottobre 2006
Corrispondenza d'amorosi sensi?

Il Foscolo ha scritto “All’amica risanata” ma io, se poeta fossi, dovrei scrivere “All’amica un po’ malata: ovvero mal comune mezzo gaudio”.  Lungi da me il voler gioire delle disgrazie altrui ma, senza dubbio, il poter condividere la sfiga con qualcuno che, se pur lievemente, ti eguaglia, è una gran consolazione della quale la Provvidenza non ha voluto privarmi. L’amica S., alla quale dedico queste righe, è quella che ha condiviso con me gioie e dolori, vacanze e divorzio (mio), parti (suoi) ed emozioni, è la mamma della mia figlioccia, è, da poco, anche la mia baby-sitter, è la persona più educata e rispettosa che io conosca ed è, soprattutto, la sola che riesce a tenermi dietro nella mia incommensurabile sfiga! Sarebbe a dire che se io fossi presidente dell’”Associazione della Sfiga” lei potrebbe esserne meritatamente, la Direttrice Generale!  Non si tratta, per fortuna, di cose gravi ma, quel che stupisce, è la concomitanza coi miei problemi e la capacità di assommare nello stesso momento “sfighe” multiple. Eccovi un esempio che mette in luce la nostra assonanza e ironia: dopo l’avventura che vi ho narrato nel post precedente, appena a casa, ho mandato un lungo sms a S. nel quale raccontavo il fatto. Dato che, spesso, abbiamo ragionato sui nostri destini, ho concluso il messaggio con questa battuta: “Vedi se riesci a fare di meglio!”. Mi aspettavo una parolaccia e qualche scherzo e, invece, ecco la risposta: “Mentre tu scorazzavi in ambulanza, ho scoperto di dover essere operata di calcoli mentre mio padre è a letto con la varicella e mia madre ha l’asma. Tiè”

Ora, ammetterete che queste son cose che non capitano spesso ma che, nell’occasione, allargano il cuore: vogliamo chiamarle “corrispondenze d’amorosi sensi” o “affinità elettive”? Ricordo ancora un favoloso Capodanno di tre anni fa quando, appena rientrata dall’ospedale, ancora mezza morta, avevo espresso il desiderio di finire l’anno con S. e la sua famiglia: non se ne fece nulla perché a me venne mal di pancia e la S. si ritrovò a letto con tutta la famiglia influenzata!

Domani S. arriverà alle nove e, mentre le mi laverà raccontandomi della sua prossima operazione, io le racconterò dei miei dolori alla schiena e, quando lei mi parlerà dell’insolita varicella paterna, io ribatterò narrandole le lamentazioni del mio augusto genitore.

In fondo, però, abbiamo avuto culo: lei, da giovane, voleva fare l’infermiera e io che potrei desiderare di più se non essere accudita dalla mia migliore amica?

 

© Marina Garaventa

 

Scritto da: Princy60 alle ore 17:50 | link | commenti (24) | categoria: vita
domenica, 22 ottobre 2006
Soggiorno benessere

 

C’è chi va alle terme, chi va nelle beauty-farm, io, ogni tanto, vado all’Ospedale della nota località turistica d’Alessandria…di Piemonte. Lunedì 16 ottobre sono quindi partita per un breve soggiorno-benessere e, quando una Principessa parte, si muove con lei tutta la corte: ambulanza super-attrezzata con due gentilissimi volontari, pneumologo di fiducia Ennio, mamma e papà al seguito. Dopo un viaggio tranquillo, sistemazione in suite con altri tre malati e dopo i baci e gli abbracci di rito con medici e infermieri, Ennio provvede, senza indugio, alla sostituzione della cannula con il nuovo tipo, più morbido e piccolo, e termina con una bella broncoscopia onde sollazzarsi con la visione dei miei bronchi che risultano in buono stato. Si procede con un bel “tagliando totale” dal quale emerge che, per ora, non sono da “rottamare”.Vi risparmio l’enunciazione dei dolori ossei che l’avveniristico e tecnologico letto (costo 7500 euri) mi ha inflitto ma, d’altra parte, se mi si chiama con il famoso pseudonimo, un motivo ci sarà. Dopo avermi rivoltato come un calzino, il perfido Ennio vorrebbe tenermi ancora qualche giorno per provare la nuova valvola che dovrebbe farmi parlare ma io, ormai sull’orlo di una crisi di nervi, chiedo di essere dimessa. Tuoni e fulmini si scatenano sull’ospedale! Scontro di Titani tra me ed Ennio che, stremato dalla mia testardaggine, si arrende e organizza il ritorno. Mercoledì 18 ottobre, ore 12, riparte il corteo: ambulanza nuova super equipaggiata, tre volontari, Ennio, papà e la mia baby-sitter Edi al seguito, in macchina. Notate bene che, quando mi riferisco all’ambulanza, intendo un’unità da rianimazione dotata, soprattutto, di una presa per erogare corrente a 220w al quale attaccare il mio respiratore che, diversamente, ha un’autonomia a batteria di circa 40 minuti. Qui comincia la farsa fantozziana! Saliti sull’ambulanza, collegato il mio respiratore, appurato che tutto è ok, il viaggio comincia in un clima sereno. Ci conosciamo tutti e sembra più che altro una scampagnata ma, purtroppo, dura poco: dopo 20 minuti il respiratore segnala che non c’è corrente e, fatto un rapido calcolo, si capisce subito che la batteria non sarà sufficiente per arrivare a casa. I volontari propongono di fermarsi per cercare il guasto ma Ennio, perentorio, dice no e comincia a smontare tutti i dispositivi dell’ambulanza per capire dove sia il guasto. La corrente però non ritorna e, dopo poco, a circa 30 km da casa, il respiratore dà il segnale di batteria bassa: ci sono ancora cinque minuti d’autonomia e poi si fermerà. A questo punto, l’amato Ennio, con calma olimpica, si siede accanto a me e, sorridendo, mi  dice: “Non c’è problema, andiamo a mano.” e, preso l’ambo, palloncino da applicare alla cannula tracheale,  inizia, con mano esperta, ad insufflare aria nei miei polmoni. Puff….puff…puff….mentre lui scherza minacciando un crampo alle mani e io, senza un filo di tachicardia, gli rispondo con le mie solite parolacce,  trascorriamo gli ultimi 20 minuti di viaggio. Arrivata a casa ho dormito due giorni!

Concludo con una chicca: prima di partire, il cocciutissimo Ennio ha voluto provare a farmi parlare. Ho detto “mamma, papà, proviamo, parlo” e, naturalmente, “bip…bip…bip”!

 

© Marina Garaventa 

 

Scritto da: Princy60 alle ore 17:13 | link | commenti (37) | categoria: vita
giovedì, 12 ottobre 2006
In camerino

papàL’inquadratura è sempre la stessa perché a me piace sedermi dietro di lui e guardare, riflessa nel grande specchio del camerino, la faccia di mio padre che si trucca, che cambia per diventare ora Werther, ora Cavaradossi o Manrico. Di camerini ne ho visti tanti: quelli, asettici e bianchi come una clinica dello Staatsoper di Vienna, quelli moderni e sotterranei del Regio di Torino, quelli storici e damascati della Scala, visitati da Verdi e dalla Strepponi, ma, per me, han tutti lo stesso odore, la stessa inquadratura e in tutti si consuma il medesimo rituale. In un’atmosfera di palpabile ma controllata tensione, ognuno conosce la sua parte e ripete gesti e battute sempre uguali, con perfetto sincronismo. Mentre mamma sistema in silenzio le ultime cose sul tavolino, papà, chiuso nella vestaglia nera, seduto davanti al grande specchio con il volto disteso ma attento, compie i gesti di un cerimoniale antico come il teatro stesso. Nello specchio, vicino al viso di papà, si riflette il mio volto di bambina incorniciato dalle trecce e attento a seguire ogni mossa del “tenore”. Sul tavolino si allineano la bottiglia dell’acqua, il barattolo del miele e le bustine di zucchero poi, finalmente, ecco la borsa dei trucchi: panquet di varie tonalità per il fondo, stick in vari colori, la cipria, eye- liner, il vecchio rimmel con lo spazzolino, i rossetti e gli ombretti. Con mosse sicure, mio padre bagna le spugnette e comincia a truccarsi: prima il panquet che si sceglie secondo le parti da sostenere, il fard per snellire il viso, lo stick nero per alzare le sopracciglia, l’eye-liner per ingrandire gli occhi. “Quando ci si trucca” spiega papà, “ bisogna calcolare la distanza dal pubblico e l’impatto delle luci per ingrandire ed enfatizzare i lineamenti al punto giusto”.. Finito il trucco, entra in scena la mamma che, con gesti consueti, lo pettina acconciando i folti e ondulati capelli paterni nella foggia richiesta dal personaggio. Io me ne sto lì dietro, immobile ma vigile, pronta a dare il mio contributo che, in verità, è spesso richiesto. Guardandomi nello specchio, papà chiede spesso: “Come ti sembra?” Naturalmente io collaboro con soddisfazione anche se, in qualità di pubblico ammesso al sacro rito, ho le mie preferenze. Sempre meglio il trucco orientale del Principe Calaf della “Turandot” o quello scuro dell’eroico Radames di Aida, che il semplice figurino di Werther o dell’Alfredo verdiano. Terminate queste delicate operazioni, il tenore, con piglio severo, spalanca la porta del camerino e grida “sarta!” La mistica parola materializza magicamente un nugolo di personaggi diversi secondo le latitudini: si va dalla materna signora genovese che gli parla confidenzialmente in dialetto, e che conclude sempre il lavoro con la frase “Comme t’è bello!”, e si arriva al militaresco Frantz, di Vienna, che dopo aver offerto un bicchiere di bianco, sentenzia “Sempre mettere prima scarpa sinistra, sig-nor Caraventa!” Muniti comunque di ago, filo e spille da balia, i sarti compiono il miracolo finale e lo trasformano in quel personaggio che, tra poco il pubblico vedrà.  C’è una cosa che mi sono sempre chiesta ogni volta che lo vedevo entrare in scena: quale magia faceva sl che, quell’uomo ansioso, agitato, disordinato e pasticcione nella vita, varcata la soglia del sacro tempio del melodramma, si trasformasse in un artista preciso, pignolo e ineccepibile? Per tutti, ogni sera, inequivocabilmente era Manrico, Pinkerton, Alfredo, Calaf ma, nel buio della sala, solo io sapevo chi era realmente: il mio papà.

(c) Marina Garaventa

Scritto da: Princy60 alle ore 19:45 | link | commenti (16) | categoria: vita, melodramma
venerdì, 06 ottobre 2006
Villa Arzilla - sesta puntata

villa arzillaQuesta è la nuda cronologia di una mattinata a Villa Arzilla. Per evitare di non essere creduta, giuro solennemente sul Manuale delle Giovani Marmotte che tutto è realmente avvenuto un mercoledì di Settembre.

07.00 – Mi sveglia la voce tonante di papi che urla: “Allarme, siamo senz’acqua! Ne ordino un tir!” Mamma risponde: “C’è la cantina piena di bottiglie!”. Si apre un contenzioso e io, aprendo un solo occhio, invoco l’intervento dell’Onu.

07.30 – Arriva l’idraulico, detto lo yeti, che, dopo aver portato dentro un bel po’ di schifezze e dopo aver attentato all’onore della nostra colf, sentenzia, nella prostrazione generale, che il guasto è sulla linea.

08.00 – Mentre lo yeti esce, Frida decide di andare a farsi un giro e scappa.

08.30 – Accortosi della fuga del cane-cavallo, papi decide di andarla a cercare e, nell’uscire, ormai troppo agitato, agguanta il cellulare della colf ed esce. Non voglio pensare a come reagirebbe stamattina ricevendo una telefonata in albanese! Ferdj, la colf, scoperto il furto, lo rincorre lungo la discesa urlando: “Maestro, mio tellefono!”

09.30 -  Ancora senz’acqua e con poca speranza d’averla in giornata, vengo “toelettata” con latte detergente e acqua minerale. Roba da vere principesse!

10.00 – Papi, dopo una strenua lotta che lo ha prostrato provocandogli ansia, tachicardia e solenne incazzatura, rientra con Frida sproloquiando contro il sesso femminile in genere. Finalmente veniamo a sapere dove va Frida durante le sue passeggiate: in un giardino, non lontano da qui, a giocare con…un gatto nero!

10,30 – Mamma rimane mezz’ora al telefono per parlare con l’Asl e, alla fine, dopo aver parlato con 2000 impiegati, le dicono che la linea è isolata….(bip, bip.)

11.00 – Mentre mamma è al telefono, Frida pensa bene di rifocillarsi e si mangia il mio pranzo: prosciutto crudo di Parma, taglio fresco.

12.00 – lo yeti è irreperibile e mamma è sull’orlo di una crisi di nervi!

12.30 – Secondo la mia tabella di marcia, dovrei mettermi seduta ma, con l’aria che tira, rinuncio. Ne parliamo domani.

 

© Marina Garaventa

Scritto da: Princy60 alle ore 18:38 | link | commenti (31) | categoria: villa arzilla
lunedì, 02 ottobre 2006
Intervista del "Il Secolo XIX" - 29 Settembre 2006

Marina e la scelta di Welby

«La vita è bella anche così»

Savignone (Genova). È immo­bilizzata a letto, respira solo grazie ad un ventilatore compu­terizzato, ma non vuole sentir parlare di arrendersi. «Voglio arrivare viva alla morte» è il motto di Marina Garaventa, 42 anni, da 4 in contatto con il mondo solo grazie a un compu­ter e ad un programma di sinte­tizzazione della voce. Quando si parla di leggi, di testamento biologico, quando si entra nel dibattito aperto dal caso di Pier­giorgio Welby sull’eutanasia, Marina che sta vivendo come lui è categorica: «Per me non la voglio, non voglio che vinca la morte, ma ritengo giusto che chi desidera staccarsi dalla vita che non è più tale possa farlo. Il parlamento italiano deve avere il coraggio di legiferare».

 

Una donna di Savignone si trova nelle stesse condizioni di Piergiorgio Welby e, pur volendo vivere, rivendica il diritto alla libertà

 

Marina, la vita in una stanza

Respira solo grazie a una macchina. «Ma è giusto poter scegliere di morire»

 

 

 

Savignone. La sua vita è un ossi­moro che lei cavalca come un’amazzone. E’ una guerriera Marina Garaventa che combatte immobile nel suo letto. A 42 anni, mentre era nel pieno della sua vita, è stata colpita dalla rara sin­drome di Guillan Barrè che pren­de le fibre nervose provocando la paralisi a vari livelli. A lei ha portato la paralisi fino al diaframma, la completa sordità e tre mesi di rianimazione. Dopo 13 mesi di ospedale e un anno ad Alessandria nel reparto di riabilitazione del respiro (il primario Ennio Mantellini la segue ancora), la sua sopravvivenza dipende da un pic­colo sofisticato ventilatore com­puterizzato che funziona 24 ore al giorno per pomparle aria nei polmoni. Da quattro anni senza quell’aggeggio, senza quel tubo che esce dalla sua gola ed è collegato ad un respiratore, Marina Gara­venta morirebbe. Un’esistenza simile a quella di Piergiorgio Wel­by. Rispetto all’uomo che ha ria­perto in Italia il dibattito sull’eutanasia, Marina Garaventa muore dalla voglia di vivere, «alla morte voglio arrivarci viva» dice, ma questo non le impedisce di chie­dere ai politici e ai parlamentari italiani il coraggio di una legge che dia la possibilità di scegliere la resa.

Ha il verde dentro, Marina Gara­venta. Il verde del prato curato che vede dalla finestra della sua stanza, del suo mondo, al piano terra del casale cinquecentesco che appartiene alla sua famiglia. Il verde dei boschi di Savignone, comune della Valle Scrivia di cui Marina Garaventa è stata consigliere delegato alla cultura e ai servizi socilali, consigliere della Comunità montana, docente dell’Uni tre e presidente di un’associazione musicale di giovani musicisti. Dal suo letto comunica con il mondo: chatta con gli amici e anima il suo blog www.laprincipessasulpisello.splinder.com. E ride. Sbaglia chi pensa ad una smorfia di dolore, il suo è un sorriso ironico che sembra domandare: «chi meglio di me può essere la principessa sul pisello?». Il letto c’e, il pisello così scomodo da morirne anche, ma per essere più chiara ha voluto riscrivere la fiaba di Hans Cristian Andersen: “La vera vita della principessa sul pisello" sarà in libreria a fine anno. Favola sì, ma amara in cui si parla di malattia, suicidio ed an­che eutanasia. «Personalmente sono contraria all’eutanasia, non voglio darla vinta a nessuno figurarsi alla morte. Ed è anche per questo che nonostante tutte le sofferenze non ho mai pensato al suicidio, forse è una questione di orgoglio, non certo una convin­zione religiosa. Allo stesso modo, però, ritengo che chi vuole, chi non riesce più a sopportare una malattia come questa e come tan­te altre, debba avere il diritto di andarsene. D’altro canto lo fanno già». Dal suo letto, dal suo mondo silenzioso che è a portata di mano attraverso il pc e un programma di scrittura e di sintetizzazione della voce, Marina Garaventa guarda dritta in faccia la realtà: «Sul mio blog parlo di tutto e con tutti. Conoscevo un ragazzo genovese affetto da Sla che ha deciso di non alimentarsi più artificialmente. Ho provato a convicerlo a mangiare; gli ho mandato le pappe artificiali. Ma è stato irremovibile». Una fermezza dietro cui si è nascosta l’eutanasia passiva. E lei, come nel caso di Welby, non ha giudicato. «Secondo me, l’eutanasia deve essere possibile. Quando uno è in queste condizioni, la medicina puo far ben poco. Quando io mi sono ammalata, ad esempio, nessuno scommetteva su di me. Io ce la sto facendo solo perché lo voglio, ma se manca la volontà manca tutto».

La morte non è un taboo nel casale di Savignone. Se ne paria, Marina ne parla con i suoi genitori, con il padre Ottavio, grande tenore genovese e con la madre Angela Laura. «Anche loro sono combatti vi, il motto della mia bisnonna era “abbiamo sempre lottato e sempre vinto”. Ora io la penso così, se dovessi aggravarml non lo so» scrive e dice, spiatellando sul monitor che da tre anni è diventato la sua voce, un realismo che non riesce e non vuole avere lo stesso colore del pietismo. Marina vorrebbe vedere il parlamento italiano affrontare seriamente la questione eutanasia partendo dal testamento biologico, «non può mica occuparsi solo di calciopoli», e assumersi le proprie responsabilità, a destra e a sinistra, «interrogandosi sul senso della vita e sulla dignità dell’esse­re umano». Lei lo fa quotidiana­mente «anche se guardo conti­nuamente che le mie macchine funzionino sempre al meglio e cerco di prenderla con ironia». Che è davvero il sale della sua vita. Anche quando affronta temi difficili come quello del suicidio. Il primo incontro con la resa è stato a 14 anni. «Frequentavo la terza media e vi risparmio la spiegazione particolareggiata di ciò che fino a quel momento mi era già stato elargito, dai busti di ferro ai 4 interventi subiti per la prima malattia che mi venne dia­gnosticata, la Ehlers Danlos che porta lassità dei legamenti e sco­liosi grave. Lessi j 49 racconti di Hemingway, che attaccai con en­fasi. Mi piacevano lo stile e le trame, ma il pensiero che si era tolto la vita, fece finire quel libro nello scaffale più basso della li­breria. Lo stesso mi accadde anni dopo con Cesare Pavese: la parola suicidio incombeva unica e ine­quivocabile. Anche Pavese fece la fine dell’americano. Capivo le loro ragioni, comprendevo le loro sof­ferenze, ma non potevo giustifica­re». Un viscerale attaccamento al­la vita, nato dalla consapevolezza che a minarla e a darle il colpo finale bastano nomi dolci come Ehlers Danlos e Guillann Barrè. Ma è con la stessa visceralità che Marina Garaventa è decisa a lottare perché, chi vuole, si possa staccare dalla vita che non e più tale.     

Alessandra Costante

Scritto da: Princy60 alle ore 09:55 | link | commenti (12) | categoria: vita