Caro Maggiani, le scrivo perché, già stamattina alle 7.30, avrei volentieri preso a schiaffi molti dei nostri politici.Mi spiego: ascoltando in un noto telegiornale, le notizie del mattino, ho scoperto che molti parlamentari si sono espressi sull’eutanasia, stimolati dalla richiesta del Presidente della Repubblica, sollecitato, a sua volta, dalla lettera di P. Welbi, affermando che questo non era un argomento sul quale la politica doveva intervenire e che, comunque, era cosa improponibile per il nostro paese. Io non parlo per far uscire il fiato dalla bocca o per fare della filosofia: da quattro anni sono paralizzata dalla vita in giù e attaccata ad un respiratore che mi tiene in vita. Per mia fortuna il cervello funziona (credo…) e le mani anche e col mio pc posso mantenermi in attività. In questi anni ho spesso pensato all’eutanasia ma, il mio carattere combattivo e il mio attaccamento alla vita mi hanno resa, ora come ora, assolutamente contraria a questa pratica. Nonostante tutto capisco le ragioni di Welbi e non mi sento di giudicarlo e, tantomeno, di consigliarlo. Ritengo che l’esortazione del Presidente sia giusta ed equilibrata, scevra a pietismi e paternalismi e che la risposta di molti politici sia stata invece sintomo di leggerezza e insensibilità. Certo è sicuramente più facile occuparsi di taxi, telefonini e calciopoli ma chi si assume la responsabilità di sedere in parlamento, sia a destra sia a sinistra, ha il dovere, per quanto può fare la politica, di interrogarsi su questi temi. Prima o poi, nella vita, tutti ci troveremo, per noi o per una persona cara, a domandarci quale sia il significato della vita, della sofferenza e della dignità e un popolo civile ha il dovere di pensarci e di legiferare nel modo che ritiene migliore.
Mi sorge un dubbio: sarà la paura di guardare in faccia la morte o il timore di perdere il “careghino”?
Un abbraccio dalla sua affezionata lettrice
Marina
“Salirono per le terrazze, poi per altre scale. Lontano, nello scorcio di mare, s’alzava, tra fiamme rosa, il mosaico della sera. Entrarono nei vicoli. Ancora quattro passi, e anche la piazza era percorsa. Non c’era anima viva. Sui sedili di pietra, qualche foglia d’ulivo accartocciata. Due mani erose, e tagliate ai polsi, si stringevano sulla lastra della fontana. Il paese un tempo, a dispetto del nome, doveva essere abitato da gente mite.”…..
Emma chiuse il libro e lo appoggiò sulle gambe provandone la solita strana sensazione: ne avvertiva il peso ma non il contatto. Voltò la faccia e guardò verso il mare increspato dal vento: nella piazzetta non c’era nessuno e quel luogo, così ben descritto da Biamonti nel suo romanzo, non era molto diverso da quello che lei aveva conosciuto dieci anni prima. L’unica differenza era che, ora, si poteva arrivare lassù comodamente con l’automobile, senza arrampicarsi per vicoli, scale e terrazze come, del resto, aveva fatto anche lei in quella sua unica visita: oggi, con la sedia a rotelle, non sarebbe mai potuta arrivarci. Erano molti i luoghi dove, dopo l’incidente, non poteva più andare ma, con il suo carattere orgoglioso e volitivo, si era adeguata subito, senza rimpianti…o quasi. Anche la sua casa da single, faticosamente custodita dalle rovine di un divorzio, era stata abbandonata perché inadeguata ad ospitare la sua inseparabile compagnia a ruote: nuova edilizia, metrature a misura di handicap, trasloco, scatoloni, ricordi e, invariabilmente, bilanci. Emma non era solita guardarsi alle spalle, non amava i rimorsi, non aveva rimpianti: da sempre, quando la vita la metteva a un bivio, rimaneva immobile, per un po’, guardando in tutte le direzioni poi, scandagliata ogni possibilità, prendeva una via e non si voltava più indietro. Quel giorno, però, qualcosa era successo e, chiaramente, la colpa era di Biamonti: quel “Vento largo”, con la sua copertina un po’ sgualcita, si era messo di traverso sulla strada che la portava verso la nuova casa e, forse, verso una nuova vita, e, nel tramestio delle scatole e dei ricordi, l’aveva costretta a fermarsi. Per chi la conosceva bene, la cosa non doveva sembrare strana poiché lei, con i libri, ci aveva convissuto da sempre: li aveva sempre comprati con trepidazione girando per austere librerie e affollati mercatini, li leggeva con rispetto e poi li riponeva con cura nelle sue librerie, disseminate in tutta la casa. Ora, a quarant’anni, li scriveva anche lei ma, i suoi, le sembravano sempre meno belli, meno importanti, di quelli degli altri. Il fruscio delle pagine scosse dal vento la fece trasalire e, istintivamente, afferrò la copertina per evitare che il libro cadesse e, in quel gesto, scoprì, inavvertitamente, una dedica, appena sbiadita dai suoi vent’anni: “Con eterna amicizia. Anna”. Ricordò che, allora, quelle parole le erano sembrate troppo impegnative: “eterna” sembrava un termine da melodramma, non adatto ad un’amicizia tra ragazze, mentre oggi appariva grottesco e solo presago di sciagure.
Le voci di tre giovani donne la fecero voltare verso la scalinata: Emma le vide, le riconobbe e, subito, capì che, come nei film, era il momento del suo flash-back e vi si abbandonò senza reticenze. Fissò lo sguardo su quelle tre figure e rivide se stessa e le sue amiche, come se tanti anni non fossero passati.
Vide Anna che veniva avanti, per prima, e dietro, lei stessa e Carla che parlavano fitto: Anna cantava un’aria da, “L’elisir d’amore” di Donizetti, che stava studiando nel suo lungo e appassionato studio per diventare una cantante lirica. Una di quelle dive, come diceva lei, che girano il mondo da un teatro all’altro, seguite da stuoli di ammiratori tremebondi. Anna, a vent’anni, si sentiva già diva e, arrivati i primi contratti, aspettava solo l’arrivo del suo principe azzurro, o meglio, visto che viveva in un mondo popolato di trovatori, cavalieri ed eroi, attendeva fiduciosa il suo Manrico.
- Hai finito con ‘sta lagna? Non potresti cambiare opera? – l’apostrofò Carla, afferrandola di sorpresa per il collo.
- Cosa vuoi che ti canti? Il “Rigoletto” così puoi pensare a….lui? – si difese Anna, divincolandosi.
Il volto di Carla s’illuminò aprendosi ad un sorriso che sembrò illuminare quell’umido pomeriggio autunnale: bella e statuaria, Carla le superava in altezza e fascino ma, nonostante una lunga e inesauribile fila di ammiratori, palpitava solo per il suo bel baritono, conosciuto al conservatorio, dove studiava pianoforte.
- Guardate, vi faccio vedere una cosa…- mormorò slacciandosi la giacca e lasciando intravedere una candida maglietta sulla quale spiccava il ritratto del suo bello.
- Ma, allora, sei proprio persa? – si sentì dire Emma.
Dalla sua sedia, si osservò con curiosità e, senza essere morbosa, concluse che, ruote a parte, non era poi troppo invecchiata: adesso c’era qualche capello bianco, e qualche ruga ma, per trovarli, bisognava aguzzare ben bene la vista, avvicinarsi fin quasi a specchiarsi dentro le pupille di quelle tre figure che si erano miracolosamente materializzate dai suoi ricordi. Senza accorgersene, Emma si era mossa verso la sua automobile, parcheggiata lì accanto, e il suo viso si rifletteva nello specchio retrovisore: le bastò un’occhiata per capire e non riconoscersi più. Non i capelli, non le rughe e neanche le sue gambe morte la dividevano da quelle tre figure: ciò che la rendeva diversa e irriconoscibile era lo sguardo.
Con coraggio guardò negli occhi di quella che era vent’anni prima e ci trovò le speranze della sua gioventù: l’amore per un uomo creduto perfetto, la passione per una carriera universitaria appena iniziata, il desiderio di avere dei figli e una vita piena di affetti. Evitò di riguardarsi nello specchio umido di brina: sapeva che non avrebbe trovato nulla, proprio nulla, di quel che avrebbe dovuto esserci e, per distogliersi da sé cercò nello sguardo di Carla che le passava davanti gridando “Enrico, amore mio!”. Nei suoi occhi d’allora c’era la gioia d’amore e l’attesa sognante di una vita dedicata alla musica: oggi, single per scelta e per rabbia, donna in ascesa politica, Carla non suonava più il pianoforte perché non ne aveva né tempo né voglia.
Le tre figure si avvicinarono ancora ed Emma non seppe resistere ed allungò la mano per afferrare qualcosa, per toccarle: un boato improvviso riempì l’aria scura di nuvole e il libro le sfuggì di mano cadendo sui ciottoli della “crousa”. Una mano minuta e guantata si affrettò a raccattarlo ed Emma si trovò davanti la faccia di Anna: viso greco, capelli neri, bocca carnosa, occhi scuri e profondi, pieni di attese. La musica, la grande carriera, il grande amore: nulla era mutato in lei, non c’era delusione, non c’era dolore né solitudine.
- Le è caduto questo, signora. – mormorò gentilmente.
- Grazie….- rispose Emma automaticamente, vedendola sparire dietro l’angolo della chiesa.
Il campanile suonò le sette ed Emma capì che il sogno era finito e che il tempo dei ricordi era ormai scaduto. Cominciò a piovere e, raggiunto faticosamente il sedile dell’auto, girò la chiave e accese il motore. Come accadeva spesso, poiché dimenticava sempre di spegnere la radio, insieme al motore, partì una musica squillante: la voce di un trovatore intonava una stentorea “Pira”. Con uno scatto di nervi, lasciò l’acceleratore a mano posto sul volante e spense la radio.
Niente musica, niente ricordi, per quel giorno ne aveva abbastanza! Non era abituata guardarsi indietro e non le era piaciuto quel che aveva visto nei propri occhi e in quelli di Carla….
Ad Anna, poi, non doveva pensare, mai, e lo sapeva.
Non doveva pensare al matrimonio di lei con il suo eroe, violinista innamorato; non doveva pensare all’improvviso svenimento a quella prima recita importante,; non doveva pensare alle interminabili visite mediche, alla terribile prognosi, alla devastante chemioterapia, alla fuga ignobile del sue eroe a pochi giorni dalla sua morte.
Per fortuna, nei suoi occhi non era rimasto nulla: solo musica ed eroi che corrono nel vento.
Per quel giorno era meglio chiudere il libro.
Siete mai stati a Vernazzola? Da non confondere con Vernazza, è un piccolo porto genovese posto tra il lungomare di Sturla e la più nota Boccadasse. A Vernazzola abitavano i miei nonni materni che dividevano la casa in riva al mare, con lo zio Armando, fratello della nonna. Ora, se per un attimo pensate a Gilberto Govi, alla sua mimica e alle sue battute, vedrete lo zio Armando: settantenne, lavoratore portuale per una vita, pescatore per dinastia famigliare, sempre elegantissimo in giacca, cravatta, panciotto e borsalino, raccontatore instancabile e custode delle amate “gritte”. “Ci sono le gritte?”. Era che la prima cosa che domandavo, arrivando dalla nonna, e, subito, lo zio, per l’occasione in maniche di camicia, mi portava nel casotto degli attrezzi da pesca, tirava fuori un secchio che, scoperchiato, rivelava granchietti neri, usati per la pesca dei polpi. Davanti alle “gritte”, io mi estasiavo acoccolata sotto il ciliegio, accanto all’aiuola delle calle, mentre lo zio spiegava la tecnica “pe’ purpexa”. Da un lato del giardino il gozzo”Marina” troneggiava tranquillo nell’attesa di essere calato in mare direttamente attraverso il cancello sotto il pergolato. Un giorno, lo zio, per stuzzicare il mio misero appetito mi disse: “Oggi la nonna fa le trenette alla cadrai”. La ricetta in questione è soltanto un po’ diversa da quella delle trenette al pesto ma il nome che stuzzicò la mia curiosità. Il “cadrai” era una piccola imbarcazione che, alle 12 d’ogni giorno, faceva la spola tra i moli del porto e le chiatte ormeggiate sotto le navi in rada. Sulle chiatte, i “camalli” scaricavano la merce ma non avevano la possibilità di rientrare a terra per la pausa del pranzo. Chi era abituato a mangiare nelle molte trattorie e friggitorie dell’angiporto, poteva avvalersi del “cadrai” che, antesignano del moderno “take away” portava sottobordo pile di scodelle di minestrone e di trenette, appunto, alla”cadrai”.
Trenette alla “cadrai” – per quattro persone
350 gr di trenette
2 patate medie
2 zucchini liguri medio-piccoli
1 piccola melanzana
1 manciata di fagiolini verdi
sale q.b.
Per il pesto:
olio extravergine d’oliva g 160
foglie di basilico g 60
pinoli g 20
parmigiano 3 cucchiai
pecorino 1 cucchiaio
aglio
sale
Pulite e lavate zucchini, melanzane e fagiolini a pezzetti. Mondate le patate tagliatele e fette alte ½ cm. Portate a bollore abbondante acqua salata e lessatevela verdura per 10 minti. Intanto preparate il pesto frullando insieme, a bassa velocità, l’olio extravergine, il basilico, un pizzico di sale, i pinoli, il formaggio e l’aglio. Unite le trenette alle verdure nell’acqua di cottura e scolateli (con la verdura). Condite con il pesto, mescolate e servite.Per rendere il pesto un po’ più liquido, allungalo con qualche cucchiaio dell'acqua di cottura della pasta. Il rapporto tra pecorino e parmigiano può variare secondo i gusti come la quantità d’aglio.
Buon Appetito!
(c) Marina Garaventa
Se volete mettere qualcosa in serbo da fare e da vedere nelle giornate di pioggia, ecco qualche idea:
Se vi piace Benigni, qui, ho trovato una poesia per Troisi e un estratto del recente spettacolo su Dante. Da scaricare!
Dal 20 settembre parte, a cura dell’Osservatorio di Arretri, un’iniziativa unica in Italia. Ciccate qui e partite per un viaggio interstellare!
Qui, invece, potete ascoltare dei racconti bellissimi!
Bye bye