Inizio oggi una sezione del mio blog che ho chiamato “Invito” dove ospiterò tutti quegli amici che, a titolo e a differenti livelli, mettono in gioco la loro creatività nei più disparati campi. La vita mi ha dato, e mi da tutt’ora, la possibilità di conoscere persone stupende che ho piacere di condividere con voi.
Comincio oggi con una persona che non ha bisogno di particolari presentazioni: lo scrittore Giovanni Meriana, mio illustre concittadino, che mi onora della sua amicizia e, alla mia richiesta di scrivere qualcosa su una leggenda locale, mi ha inviato questo breve racconto (da “Pane azzimo”). La storia sembra riferita ad Isabella Fieschi, figlia di Carlo Fieschi, conte del feudo di Savignone, sposa di Luchino Visconti, signore del ducato di Milano, che fu da lei, più volte tradito con i migliori cavalieri dell'epoca, ma Meriana, narratore attento alle più semplici e calde atmosfere domestiche, né da una versione meno storica ma calata nella tradizione orale più genuina
LA LEGGENDA DELLA FOSCA
La nonna Maria, che era del capoluogo e abitava a metà salita, col nonno e le figlie ancora in attesa di marito, sul maniero dei Fieschi mi raccontava una storia tenebrosa e passionale, che capivo un po' a mio modo, ma non mancava di impressionarmi, amico com'ero in quegli anni dell'orrido e dei fantasmi.
- Viveva un tempo al castello, raccontava, la Fosca, moglie del terribile signore che dominava su questi paesi. La donna accoglieva al castello un nobile cavaliere che veniva da Milano, ma.
si teneva a distanza quando il principe Fieschi, per non essere impegnato in fatti d'armi, si trovava da queste parti.
Venne il tempo in cui il cavaliere fu coinvolto in una guerra che non finiva mai e dovette così privarsi a lungo della sua Fosca. Passavano i giorni e la guerra continuava; la nostalgia della donna rimasta nel castello sulla rupe si faceva sentire sempre più forte. Così un giorno il giovane abbandonò disperato le armi, deciso a raggiungere a qualunque costo la sua bella.
Si vestì da pellegrino, si avvicinò al castello e si nascose nella cappella di san Rocco ai piedi dell'altura. Poi, a notte fonda, si portò sotto il torrione. A un segno, la dama gli gettò una corda perché la raggiungesse. Ma il marito, avvertito da un servo, vegliava in agguato. Aspettò che di nodo in nodo il nobile fosse fin sotto il verone, poi fece recidere la corda. Il pellegrino si fracassò le ossa in fondo al precipizio e il giorno dopo la donna, per ordine del vendicativo marito, lo raggiunse.
Ancora ai nostri giorni, concludeva la nonna, nella notte tra i Santi e i Morti si sente giù nel burrone, detto "Salto dell'uomo", il fischio di un grosso serpente, mentre due fiamme partono dal fondo dell'abisso e vanno a ricongiungersi in alto, vicino alla torre del castello -.
CANTAR MANGIANDO
Il binomio musica e cibo comincia nella notte dei tempi quando, nelle grandi ricorrenze, il momento del pasto era accompagnato da musica prodotta con percussioni e strumenti primordiali. Attraverso i secoli questi due piaceri si sono affinati rimanendo, in momenti storici e in differenti modi, sempre molto vicini e, se non si conoscono nomi di grandi cuochi che fossero anche musicisti ( benché io sia certa della loro esistenza) sono innumerevoli i grandi musicisti dediti ai piaceri della tavola e, addirittura, alla gastronomia. Tanto per fare qualche nome, limitandoci al XIX secolo e al melodramma, non si possono scordare Vincenzo Bellini (1801-1835) che con la sua “Norma”(1831) diede il nome a un piatto di pasta, Gioacchino Rossini(1792-1868), genio della musica , lodato in egual misura per “Il barbiere di Siviglia”(1816) e per il suo filetto, Giacomo Puccini(1858-1924), sensuale musicista verista, amante delle donne e della caccia. Inevitabile, a questo punto, fu il trasferimento dell’amore per la cucina nei loro componimenti, facendoci scoprire che, anche i tragici eroi dell’opera lirica mangiavano e, soprattutto, bevevano!
La prima citazione d’autore spetta senz’altro a Wolfang Amedeus Mozart(1756-1791) che nel “Don Giovanni”(1787) cita, all’ultimo atto,il Marzemino dando a quest’ottimo vino la patente d’eternità. Gaetano Donizetti(1797-1848), ne “L’elisir d’amore”(1832), spaccia il mitico Bordeaux per un magico filtro capace di far innamorare Adina di Nemorino. Sempre vino per il grande Giuseppe Verdi (1813-1901) che, emiliano di buona razza, ama brindisi e tavolate: Champagne a fiumi nel famoso brindisi da “La Traviata”(1853), misterioso “vino eletto” per quello della perfida Lady nel “Macbeth”(1865).In Puccini intorno alla tavola si sviluppano amore, amicizia, sesso e omicidio. Dalla convivialità dei giovani artisti de “La Bhoème”(1895) che, nei giorni di grasso, bevono Bordeaux e mangiano al caffè Moumusse e, in quelli di magro, si accontentano di “un’aringa …salata”, al ”picciol desco” in cui “Manon Lescaut”(1893) irretisce il povero De Grieux, per arrivare alla cena interrotta, durante la quale il perfido Barone Scarpia ricatta la bella cantante che poi lo ucciderà nella “Tosca” (1900).
Cena sicuramente indigesta quella di Scarpia ma per farmi perdonare, ecco l’idea per un menù operistico con dessert finale dedicato a un celebre soprano…
Vino consigliato : Marzemino
BUON APPETITO!
© Marina Garaventa

FESTA PER I 1000 CONTATTI!!!

Ci siamo! Era da un po’ che ci pensavo e mi son fatta anche sfuggire il momento ma, non importa, per far festa c’è sempre tempo! Io,poi, ho sempre avuto il pallino dei festeggiamenti: ho fatto persino la “Festa di divorzio” dove volevo invitare anche il mio ex-marito ma, dopo che mia madre aveva manifestato il desiderio di strozzarlo, ho lasciato perdere…
Ma, ora, bando alle ciance e iniziamo a organizzarci…
Per fare una bella festa ci vuole:
IL POSTO- scegliete quello che vi piace qui;
LA MUSICA – niente di meglio dei ritmi latino-americani che trovate qui;
LA CUCINA – provate a fare queste frittelle giapponesi;
I RICORDI – qui ci sono dei filmati d’epoca stupendi;
SE VI SENTITE BAMBINI – andate qui con figli e nipoti;
Mi pare ci sia tutto….mancate solo voi…
VI ASPETTO!!!
Nel sito di Francesca Ferrari c’è un mio breve racconto, “La merenda”, dove cito lo sciroppo di rose: eccovi alcune notizie e la ricetta sperimentata.
Lo sciroppo di rose è un prodotto tipico Genova,e delle valli Scrivia e .Sturla: viene confezionato con una varietà di rose, dette “da sciroppo”, che sono state sempre presenti negli orti, nei giardini dei genovesi e dei conventi locali, questi ultimi i maggiori fornitori dei confettieri locali. Per la produzione dello sciroppo si usano solo i petali delle rose, adatti anche alla preparazione di delicate confetture e alla loro canditura. La varietà di rose maggiormente utilizzata per la preparazione dello sciroppo è la "Chapeuax de Napoleon", anche se altre nel tempo si sono aggiunte per migliorare la fragranza del prodotto. lo sciroppo, di colore e profumo intenso, veniva bevuto allungato con acqua fresca d'estate per rinfrescare, o caldo d'inverno per lenire le bronchiti
Nel genovesato da qualche anno è nata un'associazione di produttori di rose da sciroppo allo scopo di riportare in auge questa produzione tradizionale.
La ricetta della mia amica Graziella:
250 gr di petali di rose
2 litri più 1 bicchiere di acqua
Dopo aver pulito i petali e averli lavati velocemente, fare bollire tutto per 20 minuti spremere bene i petali e toglierli
Aggiungere il succo di 1 o 2 limoni (a seconda delle dimensioni), aggiungere
2 kg di zucchero e far bollire per 15 minuti.
Altre notizie su: www.agriligurianet.it/
Ieri non è stata una buona giornata: mi sentivo così ed ero quanto mai cosciente di vivere sulla lama di un rasoio. Non parlo delle mie condizioni fisiche ma di quelle mentali: in questi momenti ho la netta sensazione, confermata da tutti gli illustri clinici che mi hanno visitata nei miei impervi 46 anni, d’essere ancora qui, solo ed esclusivamente per la mia volontà. Il fatto è che la morte mi è stata vicina così tante volte che ho perso il conto: persino poche ore dopo la mia nascita, un “pietoso” pediatra s’incaricò d’informare i miei genitori che sarebbe stato meglio per tutti che io andassi a far compagnia agli angioletti… Disattese le sue simpatiche profezie io sono invece diventata l’eccezione che conferma la regola, l’inspiegabile della medicina, il caso limite. Spesso, nei giorni neri, ho meditato su questa mia strenua capacità di resistere e mi sono chiesta da dove provenisse, fino a quando ho capito che ciò che mi tiene in vita è la vita stessa. Non è una pazzia e non è neppure un paradosso ma è, semplicemente, la constatazione che quello che m’impedisce di mollare tutto e abbandonare la lotta, è la mia capacità e il mio desiderio di continuare a far parte della vita, anche e soprattutto di quella che scorre al di fuori della mia stanza. La lettura dei giornali, il pc, la tv, la gente che viene, la mia rubrica sul giornale di vallata, il mio impegno politico, il blog, sono tutte cose che faccio per sentire la vita ed esserne ancora parte attiva. Io non ho bisogno di essere protetta da nulla e da nessuno, dalle brutte notizie come dalle grandi gioie, dai complimenti o dagli insulti, da chi mi ama e da chi mi odia. Tutto è buono per tenermi di qua: bisognerebbe buttare giù i muri di questa stanza per far entrare la vita.
Settimana un po’…incasinata. Nei primi tre giorni ho avuto la febbre a 38, un virus malignetto e rompiballe che mi ha stroncato e che ha messo in allarme la casa. La febbre alta rompe le scatole a tutti ma nei tracheotomizzati (sembra una parolaccia!) fa subito pensare ad infezioni polmonari, data la vulnerabilità dei bronchi direttamente in contatto con l’esterno. Così, alla sera del primo giorno, è arrivato il pneumologo a darmi un’occhiata: cuore, polmoni, bronchi…”tutto ok” mi dice sorridendo e poi mi racconta che, in reparto, durante le ore tranquille della notte, leggono il mio blog! La notizia mi manda in sollucchero tanto che, per qualche ora, mi cala persino la temperatura, cosa che mi espone alle prese in giro della famiglia risollevata: ti è bastato vedere il medico per farti stare meglio! Mentre tutti infieriscono sulla “povera inferma” (espressione utilissima per suscitare inenarrabili sensi di colpa nel prossimo) io penso ai miei amici infermieri coi quali ho condiviso 11 mesi di vita e di sofferenza e ai quali sono, inevitabilmente, legata. Anche per loro, io sono la Principessa sul Pisello e, quando torno in reparto per i vari “tagliandi”, mi salutano con baci e baciamani. Per me loro non hanno nomi ma i soprannomi che gli ho dato in un giorno in cui stavo un po’ meglio: la Dolce, la Pazza, la Piccola, la Bersagliera, il Mito, Sciupafemmine, Babà e Saracino. In quel piccolo reparto con sei malati, tutti più o meno gravi, io ero la più giovane e la più comunicativa tanto che, per loro, accudirmi era un sollievo e un momento in cui scambiare una parola e, qualche volta, uno scherzo. Mi sono spesso chiesta come si possa sostenere il peso di tanto dolore senza esserne schiacciati e senza rimanere coinvolti e credo che dipenda solo dal fatto che l’essere umano è capace di mettere in atto tecniche inimmaginabili d’autodifesa. Non sono, come diceva la retorica di un tempo, angeli della sofferenza ma, piuttosto, uomini e donne che hanno imparato a convivere con il dolore e con la morte, portandosi dietro i loro problemi personali, e che cercano, per quanto possono, di dare un sollievo, se pur piccolo, a chi soffre. Io sono certamente stata molto fortunata nell’incontrare persone così disponibili e comprensive ma, devo dire che, anche quando mi è capitato di trovare durezza e poca disponibilità ho sempre cercato di capire che non avevo davanti a me un santo o un cameriere ma una persona con i suoi pregi, i suoi difetti e i suoi problemi.
In ogni caso, io ho avuto un c…. pazzesco a trovarli così!!!
Baci, baci, baci