Questa mattina volevo rifilarvi una piccola ricerca che avevo preparato con tanta cura sul mio amato Giro d'Italia ma, come al solito succede, i miei programmi sono andati per aria a causa di un problema tecnico (Mr Splinder non mi fa fare i collegamenti ai siti, proprio carini, che volevo segnalarvi) e per "colpa" di un messagggio personale lasciatomi dal mio pneumologo. Si perchè, nelle notti che non passa in ospedale, lui va sul mio blog e mi lascia messaggi che solitamente mi agitano.
Ora, caparbio com'è, quasi quanto me, si è messo in testa di farmi parlare! Non invoca un miracolo, non è il tipo, ma sta studiando un modo per farmi parlare usando contemporaneamente il ventilatore per l'assistenza respiratoria che mi tiene in vita. Mi spiego meglio: le mie corde vocali funzionano perfettamente ma io non posso parlare perchè il tubo che entra nella mia trachea blocca la loro vibrazione. Bene, quell'accidente di uomo, si è messo a studiare un modo per aggirare l'ostacolo e farmi parlare. Naturalmente gli ho spiegato che non mi pareva una cosa conveniente, per lui e per chi mi sta vicino, perchè non ho idea di quel che potrebbe uscire dalla mia bocca, dopo quattro anni di silenzio, ma lui dice che vuol correre ugualmente il rischio per sentire per l prima volta la mia voce. Capirai che meraviglia, non sono mica la Callas! Tra noi due non è sempe stato un idillio: i primi tempi, anzi, era uno scontro continuo. Solo io potevo trovare un medico, tra i migliori nel suo campo, con un sorriso solare e una testa così dura da opporsi con tanta forza al mio caratterino (o caratteraccio?) e c'è voluto un po' di tempo per riuscire a "fasare" le nostre due volontà. Ora le cose vanno meglio e riusciamo anche a scherzare sopra questo non facile cammino iniziato insieme. Appena letto il messaggio in cui mi annunciava il suo arrivo per la prossima settimana con il nuovo marchingegno, gli ho risposto così: non so se la prossima settimana mi trovi...avevo in programma un week-end in Alaska con la slitta. Una cosa tranquilla e ...fresca. Ti manderò una cartolina. HELP! Lui riderà ma sa benissimo che vorrei dire un'altra cosa: ho paura di non riuscire, ho paura di un'altra delusione e non voglio sperarci per chè non voglio aspettare miracoli.
Quasi sicuramente mi manderà a quel paese.
Grazie E. M.
Ora, non vorrei mai che, data l’età dei suoi abitanti, vi foste fatti l’opinione che Villa Arzilla possa essere un luogo calmo in cui si trascorrono meste e tranquille giornate, illuminate solo da qualche scontro interno. Per fugare ogni fraintendimento, ecco una giornata-tipo di Villa Arzilla.
Ore 7: la casa si sveglia e irrompe Frida, alano di 40 kg, che, dopo avermi “slavazzato” una mano, comincia a rubare scarpe scorazzando per casa come un cavallo;
Ore 8: arrivano la colf, la mia baby-sitter e le infermiere del servizio sanitario e la casa esplode di rumori d’elettrodomestici e risate, mentre io sono rivoltata come un calzino;
Ore 10: entrano, cantando (qui cantano tutti!), i nostri vicini estivi, con cesti d’insalata e zucchini che coltivano nel nostro orto;
Ore 11: arrivano la bottegaia con la spesa, l’uomo dell’ossigeno, il postino e il commesso del dogshop che porta una “mostruosa” quantità di pappa per cani;
Ore 12.30:, finalmente, stop!
Si fa la pappa ma…alle 14, arrivano!
Un’orda di giovani “barbari” provenienti da mezzo mondo invade la casa con gli spartiti sottobraccio e la baraonda comincia! Musica di sopra, musica di sotto: dalla zia si suona “La traviata” e mio padre risponde con ”Il Trovatore”…Su si folleggia e giù si bruciacchiano al calor della Pira! Io e mia madre, annichilite, restiamo in balia della colf che canticchia, (anche lei!) “Nessun dorma”.
Il “concerto” va avanti fino alle 19 quando arriva il mio amore e mi chiede:
- Giornata tranquilla? -
© Marina Garaventa
Cogito, ergo sum/ Penso, quindi sono.
Eccolo qui il tormentone che ci ha scassato le scatole fin dai tempi del liceo e che, diciamolo pure, c’ispirava ben poche riflessioni concrete. Citato a caso e a sproposito nei discorsi più sconclusionati, Cartesio e il suo pensiero venivano ben presto relegati nello scantinato mentale delle cose studiate e mai utilizzate. Non è che io, oggi, voglia fare della speculazione filosofica ma, un commento di Padrepaio al mio post di ieri, mi ha ricordato Cartesio e questo piccolo fatto che mi è accaduto.
Quattro anni fa, di punto in bianco, mi trovai in questa “fortunata” situazione: quasi cieca, sorda, paralizzata dalla vita in giù, incapace di respirare da sola, di mangiare e parlare. Una meraviglia degna del Guinness dei Primati! Vi risparmio tutti gli annessi e connessi di quest’ameno quadretto e vi dico solo che l’unica domanda che il mio cervello (per fortuna?) vigile, riusciva a formulare era: ma che posso fare ridotta come un vegetale? Fortuna volle (un po’ di c…. c’è l’ho anch’io) che mi fosse assegnata, quale aiuto psicologico, una persona di gran cuore e buon senso. La Dottoressa M.G. oltre a darmi molti consigli pratici per affrontare la mia battaglia, rispose così alla mia domanda: finché il cervello funziona, lei è una persona capace di dare e provare emozione. In quel momento, nel torpore degli antidolorifici, mi apparve il volto sogghignante di Cartesio che, prendendosi la sua rivincita, mi sussurrava “cogito, ergo sum” seguito da una sonora…pernacchia! Ecco quindi il mio consiglio: tenetevi il motto cartesiano sempre nel taschino e pronto all’uso. Come il digestivo Antonetto, va bene in ogni circostanza: quando siete depressi e vi sentite dei vermi, quando vi han mollati e vi sentite cretini, quando vi è passato sopra un treno e vi sentite spiaccicati.
A me è servito, tant’è vero che ora sono ancora qui che “parlo” con voi!
Le donne e gli uomini, quando vogliono, sanno illuminare la terra.
La frase non è mia ma di Beppe Severgnini e l’ho trovata, nel mio girovagare mattutino sui quotidiani, nel suo forum Italians sul Corriere della Sera on line. Ve la passo perché mi è piaciuta giacché, in una sorta di sintesi tra ottimismo e autodeterminazione, riassume benissimo le due facce della natura umana. Mi spiego. Provate a togliere il breve inciso e otterrete un’affermazione che magnifica trionfalmente, anche in maniera un po’ stereotipata, il genere umano: le donne e gli uomini sanno illuminare la terra. Automaticamente vi verranno in mente Leonardo e la Pietà di Michelangelo, Dante e Shakespeare, la conquista della Luna e la lettura del genoma ma è indubbio che, come in un riflesso condizionato, a queste meraviglie si assoceranno abissali orrori: la Shoa, La bomba su Hiroshima, la pedofilia e quanti altre mostruosità possiate e vogliate ricordare. Il confine tra la grandezza e la meschinità è labile e sottile e, in questa frase, è segnato solo da un breve e piccolissimo inciso: quando vogliono. Forse la grandezza dell’uomo sta proprio qui, nella volontà di fare il bene. Sempre!
La domenica non è mai stato il mio giorno preferito: c’è una certa atmosfera di sospensione, di passaggio tra quel che è stato e quel che sarà. Le mie domeniche di bambina, poi, erano quanto di più triste si possa immaginare: tutti gli amici passavano la giornata a casa o in gita con i loro famigliari e io, rimasta sola con le mie amatissime nonne, senza i miei genitori, lontani per molti mesi l’anno per il lavoro paterno, tentavo di dimenticare la pena della lontananza, obbligando la bisnonna a lunghi racconti e a giochi sconclusionati. Tutto però aveva un sapore di provvisorio, d’ingannevole, fatto solo nell’attesa del lunedì in cui avrei ricominciato, insieme alle mie attività di bambina, a contare i giorni che mi separavano dal loro ritorno. Anche nei blog, in molti blog, la domenica c’è la stessa sospensione, la stessa latitanza ma, per fortuna, io non sono più sola: c’è il mio amore che mi fa compagnia….. ronfando mentre guardiamo la tappa del Giro d’Italia! Lui dorme ma a me piace lo stesso perché è terribilmente…intimo!
Buon lunedì!

Questa è la storia di una principessa ma… non una principessa con la corona, i cavalli e i castelli: è la storia di una bambina tanto amata e un po’ viziata, che tutti chiamavano la Principessa sul pisello. Questa bambina, che chiameremo confidenzialmente Princy, viveva in una grande casa con un grande giardino, in un piccolo paese al centro di una verde valle. Princy era amata e coccolata da tutti: dalla mamma, bella come un’attrice, dal papà, grande tenore, dalla bisnonna che raccontava le favole più belle e dalla nonna, grande e leggera come una mongolfiera, che preparava per lei i piatti migliori del mondo. Princy era felice e, a onor del vero, da bimba buona e giudiziosa, ricambiava tanto affetto con altrettanto amore. Ma, un bel giorno, un giorno di primavera, quando l’aria si gonfia di profumi e di luce, un giorno in cui tutto inneggiava alla vita, correndo nel sole, abbagliata di gioia, Princy chiuse gli occhi e non li riaprì più.
A nulla valsero le carezze della mamma, la voce di papà che la chiamava: come la Bella Addormentata nel bosco, placidamente, Princy dormiva e non si svegliava. Furono chiamati medici da tutto il mondo: tutti osservarono, meditarono, curarono ma la bambina continuò a dormire.
I mesi passarono: passò l’estate, poi l’autunno e sopraggiunse l’inverno. Il piccolo paese ligure si coprì di neve e, come ogni anno all’arrivo del Natale, la vallata si riempì delle piccole luci degli abeti illuminati. Solo la casa di Princy era buia e silenziosa: la mamma vegliava la sua principessa, papà aveva cessato di cantare, la bisnonna taceva e nella cucina, la nonna cuoceva soltanto minestre e pastina. Rimestando stancamente il tristo brodino, pensava a tutti i pranzetti preparati per la sua nipotina e, improvvisamente, si ricordò dei natali passati…..
……. Il Natale cominciava per loro verso la prima settimana di dicembre e iniziava sul tavolo di cucina che, all’inizio, appariva come un immenso deserto pronto a popolarsi di magiche e profumate creature. Non si trattava solo di gastronomia, di farina o di sughi ma era un vero e proprio rito attraverso il quale, la famiglia si riuniva.
All’inizio del mese di dicembre, dunque, cominciavano ad arrivare a casa, con la borsa della spesa, pacchetti odorosi: uvetta, pinoli, cedro, semi di finocchio. Le fragranze si spandevano per la cucina mentre lei osservava con occhio critico gli acquisti che la bisnonna aveva fatto. Poi, un bel giorno, dopo innumerevoli valutazioni e conciliaboli, arrivava una mistica boccetta: l’acqua di fior d’arancio! La faccenda di quest’acqua profumatissima e costosissima non era cosa da poco, specialmente per i genovesi, gente spartana e poco abituata al lusso. Il fatto è che quest’essenza di zagare, venduta solo in farmacia e nelle drogherie meglio fornite, era utilizzata solo a Natale ed era quindi considerata un vero lusso ai quali molti rinunciavano sostituendola con un po’ di marsala. Ma la nonna non era tipo da accettare compromessi: “se nu ghe l’aegua de’ sciuu u nu l’è pandouze” diceva e ogni discussione finiva sul nascere. A parte tutto, la famosa boccetta apriva le danze e finalmente, quando Princy arrivava da scuola, fresca remigina, la mamma le sussurrava: “Oggi si fa il pandolce!”. Da quel momento la cucina si trasformava in una pasticceria. La gran madia di legno era posata sul tavolo, e su quel piano si ammotticchiavano gli ingredienti: l’uvetta ammollata, i pinoli, il cedro tagliato a dadini, la farina, il burro, il lievito, lo zucchero e…l’acqua di fior d’arancio. Mentre la piccola se ne stava lì, silenziosa e attentissima, nonna impastava, amalgamando gli ingredienti con colpi vigorosi, costanti e, a suo modo, affettuosi. Il tutto era accompagnato da critiche annotazioni all’indirizzo degli incauti acquisti della bisnonna: “quest’ughetta a l’è piccina”, “ u’ cedru u l’è seccu”. Si accendevano così chiassose baruffe che, per fortuna, come succede nei pollai, finivano subito mentre la bisnonna usciva di scena giurando, come ogni anno, che non si sarebbe mai più occupata della spesa. Tornava il silenzio rotto solo dai colpi sordi dell’impasto sulla madia.
Lentamente, al momento in cui l’istinto glielo suggeriva, la nonna aggiungeva uvetta, pinoli, cedro e finocchio e, quando l’impasto, ormai pesante e lucido di burro, risultava omogeneo e compatto, ne faceva tante pallottole e le disponeva sulla madia a debita distanza una dall’altra. A quel punto, tutti erano ammessi nella “sacra camera” per guardare, proprio come si fa nei reparti di ostetricia, i nuovi nati. Così come i padri guardano ansiosi i loro pargoletti chiedendosi cosa serberà loro il futuro, allo stesso modo una domanda aleggiava sui volti guardando le lucide pallottole: lieviteranno? Ce la faranno a trasformarsi in quel profumato e gustoso pane natalizio? Il dilemma era palpabile e la nonna sembrava una mongolfiera nella tempesta! Allontanati imperiosamente tutti gli estranei al rito, con mosse esperte, chiudeva ermeticamente la finestra, accendeva il forno al minimo lasciando il portello aperto per surriscaldare l’ambiente e poi, con reverenza, copriva “i pargoli” con un lenzuolo e poi con un vecchio e sottilissimo plaid, serbato gelosamente per l’occasione. Quindi la nonna e Princy, che non si era mai mossa, uscivamo. La porta della cucina era chiusa e tutta la famiglia si metteva ad aspettare in silenzio.
Ogni tanto s’udiva un urlo raccapricciante: “A’ porta!” Era la bisnonna che, scoperto papà intento a spiare sotto il plaid, lo buttava fuori in malo modo.
Già la sera s’inoltrava….
Ad un certo momento, la magica frase echeggiava: “u l’è pruntu”. Da lì, la serata era tutta una discesa: si alzava la temperatura del forno e, uno ad uno, i pargoli, diventati tronfi e gonfi, entravano in forno. All’uscita ognuno era sottoposto al giudizio della congrega che, solitamente, non era mai d’accordo su niente: “u’ l’è cruu” troppu cottu”, “bassu”, “nissu”, “pochi pignou”. L’unica che non parlava era Princy, troppo felice per criticare e troppo stanca per gioire. Tra un pandolce e l’altro si eran fatte le undici e, ubriaca di acqua di fior d’arancio, a quel punto veniva mandata a letto a sognare montagne di pinoli e pandolci giganti….
E a quel punto, mentre la minestrina si era ormai asciugata, pensando a come la sua nipotina partecipava con gioia ed emozione alla preparazione di quel dolce, la nonna ebbe un’idea.
Svelta come una volta, andò nella dispensa a cercare i preziosi ingredienti, chiamò la bisnonna e la esortò perché corresse a comprare l’acqua di fior d’arancio e il rito cominciò. Ancora nella casa risuonarono i colpi della pasta sulla madia, ancora il calore del forno saturò la cucina, ancora papà fu scoperto a spiare la lievitatura.
Ancora caddè il silenzio mentre tutti aspettavano, questa volta, un duplice miracolo.
Poi, come ogni anno, il profumo dei magici pani riempì la casa: pian piano ogni cosa fu dolcemente assediata dall’aroma dei fiori d’arancio, dei pinoli tostati e dell’uvetta sultanina e anche la stanza di Princy ne fu presto invasa.
Mentre la bambina dormiva tranquilla, il profumo l’avvolse come un caldo abbraccio: s’insinuò tra i capelli, baciò i suoi occhi, entrò nella sua testa e scese nel cuore….
E il cuore di Princy fiorì, e sorretta dal magico effluvio, la bimba, finalmente, aprì gli occhi.
Questa è casa mia, vista attraverso i fiori del melo che, ogni anno, ha sempre dato molti frutti che, per altro, noi non abbamo mai magiato perchè, con estrema agilità, riusciva a cogliere e mangiare solo il cane. Già questo vi può dare un'idea dell'anarchia che regna a Villa Arzilla. Chiariamoci subito: casa mia si chiama "il poggio", tipica denominazione toponomastica presente in tutti i paesi, ma Villa Arzilla mi sembrava più adatto per indicare l'età dei sui abitanti (273 anni in 4) e la pecurialità del loro carattere. Mia nonna paterna mi raccontava spesso la storiella di un gallo che, pur già chiuso nella pentola per essere bollito, per non arrendersi, sollevava il coperchio e urlava: " Ancora legna!"
Buongiorno! Oggi mi sento così...floreale e un po'... sospesa! Colpa vostra! Stamattina alle 6, ora canonica per i miei piani d'attacco per affrontare la giornata, avevo già in testa un bel pezzo su una faccenda di bioetica che mi sta a cuore e, invece,....apro il pc e casco, come una pera cotta, nella più commovente mazzata informatico-sentimentale! Puah! Ecco i fatti, in ordine cronologico: nel blog trovo i graditissimi commenti di placidasignora, padrepaio e windsinger, trovo la torta di mammagiovanna, gli auguri del mio amore, del mio migliore amico e del mio pneumologo e, a quel punto, il mio inconscio comincia a brontolare. Per rincuorarmi un po', zompo nel blog di quel mattacchione (?) di padrepaio e trovo la mia immagine con relativa segnalazione..... GULP, mi dico, e scappo via col cuore in tumulto! Per salvarmi, mi rifugio nella tana della lontra e,lì, mi aspetta la botta finale: un ebook (Caneddu)sul quale c'è anche un mio piccolo racconto!